Sem Benelli.
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La cena delle beffe.
Poema drammatico in quattro atti.
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1909, Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
www.liberliber.it
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Contiene in appendice un articolo su Sem Benelli di Mario Ferrigni estratto dal Nuovo giornale di Firenze, 8 maggio 1909.
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L'AUTORE.
Sem Benelli (Filettole, 10 agosto 1877  Zoagli, 18 dicembre 1949)  stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano, autore di testi per il teatro e di sceneggiature per il cinema. Fu anche autore di libretti d'opera. 
 stato spesso considerato dalla critica un D'Annunzio in minore ("ciabatta smessa del dannunzianesimo" lo defin addirittura in maniera un po' ingenerosa Giovanni Papini), ma il suo talento letterario  stato rivalutato fino a considerarlo come una fra le maggiori espressioni della tragedia moderna. 
Il drammaturgo pratese fu autore del testo teatrale La cena delle beffe, tragedia ambientata nella Firenze medicea di Lorenzo il Magnifico, che ebbe un successo clamoroso e tale comunque da consegnare il suo nome alla storia della letteratura. Da questa tragedia fu tratto nel 1941 dal regista Alessandro Blasetti l'omonimo celebre film con Amedeo Nazzari e Clara Calamai. 
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Indice.
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PERSONE DEL POEMA.	
ATTO PRIMO	
ATTO SECONDO.	
ATTO TERZO.	
ATTO QUARTO.	
APPENDICE.	
L'ARTE POETICA DI SEM BENELLI.
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La Cena delle Beffe.
POEMA DRAMMATICO IN QUATTRO ATTI.
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QUESTO POEMA BEFFARDO  DEDICATO A GIULIO DE FRENZI DILETTO FRATELLO CHE SULLA RENA VOLUBILE DELL'ARTE BENE SA RINTRACCIARE E SEGNARE CON LA SUA PENNA DOLOROSA ED ARGUTA I CONFINI DEL NOSTRO MALE ETERNO ED UGUALE INFINITO MONOTONO.
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Io principio dunque una Tosca Favola. Sta attento, lettore, che se non m'inganno, tu ne prenderai gran sollazzo.
FIRENZUOLA.
Cantate l'et vostra anche traverso le favole e gli affetti storici di et trapassate e sarete immortali.
DOMENICO OLIVA.
O Morte, ti credei consolatrice
col pane della tua storia, e m'accendi,
e m'infiammi, e m'esalti, anima ultrice
di ci che fu, e la Face mi protendi!...
Un figlio dei tempi.

PERSONE DEL POEMA.

GIANNETTO MALESPINI.
NERI CHIARAMANTESI.
GABRIELLO CHIARAMANTESI.
IL TORNAQUINCI.
FAZIO.
IL TRINCA.
IL DOTTORE.
IL CALANDRA.
NENCIO.
LAPO.
UN CANTORE.
STAFFIERI DEI MEDICI.
SERVI DEL TORNAQUINCI.
GINEVRA.
LISABETTA.
LALDOMINE.
FIAMMETTA.
CINTIA.
 
L'azione si svolge a Firenze, a' tempi di Lorenzo il Magnifico.
Rappresentato la prima volta al Teatro dell'Argentina di Roma dalla Compagnia Stabile il 16 aprile 1909. Interpreti principali: A. Chiantoni (Neri); G. De-Antoni (Giannetto); Edvige Reinach (Ginevra).

 ATTO PRIMO.
A Firenze, in casa di uno dei Tornaquinci, Cavaliere speron d'oro. Una sala da pranzo, con armi ai muri e bandiere in un angolo.
In faccia, a destra, un camino di pietra scolpita con alari. A sinistra, sempre in faccia, attraverso il muro larghissimo, la finestra aperta sugli orti, le case, le torri, il colle di San Miniato.
Un uscio per ogni lato: da quello di destra si va nelle cucine: da quello di sinistra, nell'interno della casa e alla porta di fuori.
Ornamenti semplici ed eleganti. Alle mura fregi ad affresco.
I servi apparecchiano la tavola, dispongono le sedie.
Il Calandra, il maggiore di loro,  attento all'opera con somma coscienza. Nencio  sbadato, ghiotto, rissoso.
 finito il tramonto: aria rossa di sera sui colli e la citt.
I servi recano i lumi.
Verso la fine dell'atto, notte di luna.  maggio.
Il Tornaquinci entra recando nella mano un libro socchiuso come chi ha interrotto allora la lettura; si pone a sedere sopra un seggiolone, in disparte.
TORNAQUINCI.
Disponete che tutto sia per bene;
voglio che questa cena si rammenti.
I commensali sono assuefatti
a ben godere; ed ogni sera cenano,
finch dura la state, in vario modo,
diversamente invitati or da l'uno
or dall'altro.
IL CALANDRA.
Conosco la brigata;
ed ho comprato un bello e grasso papero
che sar la delizia della sera.
TORNAQUINCI.
Da chi l'hai compro?
IL CALANDRA.
Da una bella giovane.
Cos avessi potuto comprar lei:
era cos ridente e manierosa
che m'avreste lodato.
TORNAQUINCI.
Datti pace:
le donne non occorrono.
IL CALANDRA.
In ispecie
quando avanzano: penso come voi,
messere!
(A Nencio).
Ehi, Nencio, reca que' tondini
che sai: e non lasciare incustodito
quello scaldavivande co' tartufi.
NENCIO.
E che paura avete? Che si mangino?
IL CALANDRA.
Io conosco i miei polli: voglio dire
che quei tartufi siano bene acconci...
NENCIO.
Che se mai qualcheduno ne mangiasse
uno solo, sarebbe un gran delitto!...
IL CALANDRA.
S, che sarebbe, ch anche troppo avete
di che mangiare: e torta e marzapane,
e que' migliacci bianchi ed erbolati
che ogni po' ciancicate e che pur tolgono
sapore al vino.
NENCIO.
Questa  cosa nostra!
IL CALANDRA.
Infatti ne bevete a tutto striscio...
E fa' silenzio, ch'io ti metto fuori
a nerbate.
TORNAQUINCI.
(Che era assorto nella lettura).
Che c' dunque?
IL CALANDRA.
Quest'asino
ha in uggia il paradiso: sputerebbe
nel piatto dove mangia!
(A Nencio).
Va' di l!
(Nencio esce borbottando).
TORNAQUINCI.
Datti pace, Calandra, che altrimenti
il sangue ti d fuori dalle orecchie:
tu se' vecchio e ti giova riposare:
co' giovani bisogna esser filosofi.
IL CALANDRA.
Se le faccende poi non vanno bene,
la colpa  mia, per.
TORNAQUINCI.
Non sar tua,
mio fido vecchio! Acquietati!
IL CALANDRA.
Ecco gente.
TORNAQUINCI.
(Ai servi).
Sbrigatevi e lasciateci poi liberi...
IL CALANDRA.
(Che  andato alla porta di sinistra).
Messer Giannetto Malespini.
TORNAQUINCI.
Avanti!
GIANNETTO.
(Entra insieme con Fazio.  pallido. Ha indosso un mantello rosso di fiamma ed  coperto col cappuccio. Fazio  in maglia e giubbetto).
Cavaliere; son qua, come vedete,
ancor vivo!
TORNAQUINCI.
(Avvicinandosi a lui con affetto).
Caro mio messere,
io vi credevo giunto all'altro mondo,
e vi piangevo, allorquando il Magnifico
mi disse che per voi si preparasse,
in casa mia, cena per sette o otto...
GIANNETTO.
Una cena per ogni pugnalata.
Cavaliere, son tutto traforato;
e non vi dir dove, per vergogna.
Sono vivo perch m'hanno colpito
nel morbido. Ridete, ve ne prego,
senza piet. Le burle sono burle!
TORNAQUINCI.
Ma chi s'aspetta? Amici vostri, penso;
e per amici vostri ho preparato...
GIANNETTO.
Preparare bisogna per amici:
ma verranno nemici...
(Si toglie il suo mantello rosso e lo d ad un servo che lo ripone nel fondo sopra una cassapanca).
TORNAQUINCI.
Chi?
GIANNETTO.
Gli stessi
che mi fecer la beffa...
TORNAQUINCI.
I due fratelli
Chiaramantesi? Neri e Gabriello?
GIANNETTO.
Lo comanda il Magnifico.
TORNAQUINCI.
Lo so.
Ma, perch?
GIANNETTO.
Per la pace.
TORNAQUINCI.
Per la pace?
GIANNETTO.
L'amico vostro Lorenzo de' Medici,
che volentieri scuoierebbe i due
Chiaramantesi, che gli son nemici,
i due Pisani, vuol che in casa vostra,
in questa sera stessa e a questa cena,
stenda loro la mano.
TORNAQUINCI.
Voi?
GIANNETTO.
S, io.
TORNAQUINCI.
Dopo la bella celia che v'han fatto?
Dopo che v'hanno calato nell'Arno
e ritirato su, chiuso in un sacco,
come foste un cocomero?
GIANNETTO.
S; io:
io cocomero!
TORNAQUINCI.
Mio caro messere!...
Ma quelle pugnalate che vi dettero
poi?...
GIANNETTO.
Me le tengo...
TORNAQUINCI.
( come indispettito dinanzi allo strano carattere di Giannetto. Agitato, scorge i servi che si son messi a bocca aperta a sentire: uno di loro con la lucerna in mano).
 tutto preparato?!
(I servi si scuotono, intendono, s'inchinano, escono).
GIANNETTO.
Che avete?
TORNAQUINCI.
(Esita, sempre indispettito, e guarda Fazio).
GIANNETTO.
(Presentandogli il suo compagno)
Fazio! Il mio pi fido giovane...
(Fazio s'inchina).
Parlate:  come fosse mio fratello!
TORNAQUINCI.
(Dopo un po' d'esitazione parla concitatamente).
Io credo che il magnifico Signore
di Fiorenza, compito uomo di lettere
e maestro di vita e d'eleganza...
GIANNETTO.
(Togliendogli la parola di bocca).
...sia questa volta un uomo compitissimo...
d'eleganza e di vita maestrissimo...
TORNAQUINCI.
(Irato).
Non vi bastano dunque le calate
in fondo all'Arno, n le pugnalate
nel tenerume, per farvi una volta
ragionare sul serio? Ma che siete?!
GIANNETTO.
(Mutando accento).
Onorando messere,... parler
una volta sul serio e sar l'ultima!
Molto mi piace vedervi fraintendere
me stesso. Mi credete lieto, e sono
cupo; chiassoso e forse son feroce...
TORNAQUINCI.
Ma se foste feroce non vi avrebbero...
GIANNETTO.
...calato in Arno e pugnalato poi!
Sono vile! Ma sono anche inasprito
dal coraggio degli altri, dall'altrui
gaia ferocia... Questi due fratelli
ebbi per miei compagni ne' trastulli
infantili, ne' giochi giovanili...
Costoro sono forti con letizia,
come i leoni. Io sempre li guardavo
con maraviglia; e, quando era incantato
di loro forza, m'acciuffavan forte
con le zampe e le zanne, e sbrana, e tribbia...
Mi dicevano gli altri: Su, coraggio;
sii un uomo; rivoltati; fa' core!...
Loro stessi, ridendo, m'aizzavano;
ed appena che alzavo un dito solo,
mugliando mi storpiavano le braccia...
Ahi; che tormento, vivere la vita
tremando per il mio stesso tremore!...
Non aver core!... Non avere amore!...
Non so come non sono morto o pazzo!
Certo non sono io, come voleva
Natura: uomo pacifico, di lettere...
Per difendermi ho perso ogni virt!
La mia mente soltanto, temperata
come lama di spada, ora m'assiste!
Io gioco, scherzo, celio col pericolo;
e, quanto pi m'offendono pi soffro
e godo insieme, perch pi s'aguzza
la mia mente scaltrita. Questi due
fratelli io me l'immagino pi forti
di quel che sono, pi feroci, pi
astuti, per poterli superare.
Voi sapete che, specialmente Neri,
maestro di bravate, schernitore
fierissimo  il terrore di Fiorenza.
Non rispetta che il suo fratello, tristo
quanto lui. Contro me questi due diavoli
hanno sempre goduto ad accanirsi.
Solamente col mio riso si domano...
Ed io rido! Ed a furia ormai di ridere
ho uccisa la piet dentro di me
e qualunque virt... Solamente una
m'era rimasta... E spregio ora anche quella:
l'amore. S, per una femminetta
bella. Ma Neri lo scopr; lo disse
al suo fratello; e furono d'accordo...
E Neri in poco tempo la gherm
prima di me; la messe in una casa
qui prossima e la tien come una stiava
per il piacere suo... Io che me n'ero
incapriccito, e poi per vendicarmi,
per mezzo d'una fante feci intendere
a Ginevra il mio scopo. Egli lo seppe,
tutto sa lui col suo fratello perfido;
mi chiam con inganno a quella casa;
e l m'imbavagliarono, mi posero
in un sacco ed in Arno mi calarono
e poi su mi tirarono e poi gi
ricalarono: infine con lo stile,
sempre s'intende chiuso dentro il sacco,
come un tristo buffone mi bollarono...
Ed io... rido!
TORNAQUINCI.
Ah; ridete?
GIANNETTO.
S, perch
un'altra donna ho tolto per amarla
assai pi bella e pi lusingatrice...
Si chiama essa Vendetta. Io la saprei
dipingere cotanto l'ho sognata
e posseduta in sogno: la farei
tutta gaia beffarda e sghignazzante,
e in pieno riso mostrerebbe i denti
canini e gli occhi lampeggianti verdi:
la toga elegantissima scomposta
da una parte in un gesto di follia
le cicatrici rosse mostrerebbe
sopra la carne sua martoriata...
E la trista danzante ci direbbe:
Chi ama me tutte le donne ama;
chi ama me tutte le gioie tocca;
tutte le grazie esprimo io di me stessa.
Ma, per avermi, ridi, ridi, ridi;
se no, non puoi toccarmi, ch'io ti pungo,
se no, non puoi guardarmi, ch'io t'abbacino:
perch il mio riso non conosce pianto;
se vuoi pigliarmi, ridi, ridi, ridi!...
TORNAQUINCI.
Io vi credeva invece rassegnato;
e non v'avrei pensato cos esperto
nel sognare e covare la vendetta.
Sono dunque cos varie le strade
che conducono l'uomo a crudelt?
GIANNETTO.
Io son crudele e tal mi fece amore
di pace, di quiete e di silenzio.
Son come lo scorpione, se lo togli
al buio d'un crepaccio dove pascesi
aridamente di trite rovine.
TORNAQUINCI.
Ma dunque ora si tratta di vendetta
e non di pace! Li volete forse
pugnalare stasera i due fratelli,
in casa mia? Non credo che il Magnifico...
GIANNETTO.
Il Magnifico vuole che sia pace.
Una pace che poi dar vendetta.
TORNAQUINCI.
Ma, come?
GIANNETTO.
Lo vedrete. Tal mi piace
e al Magnifico pure. Carnasciali
voglion essere; sempre carnasciali!...
Coprire sorridendo tutti i mali!
Il Magnifico sa! Vi rammentate
della vendetta che di ser Manente
egli si prese, di quel noiosissimo
pedante, che l'aveva contraddetto?
Una sera lo fece rinserrare
nelle stanze del suo stesso palazzo
e fece dir che morto era di peste.
Perfino i funerali furon fatti
in brev'ora. La moglie era in campagna
e tornando trov la casa vuota;
e dopo poco si rimarit
ed ebbe anche un figliuolo. Allora il Medici
permise che Manente, ch'era vivo,
fosse mandato fuori di prigione...
Quello che gl'intervenne, lo sapete:
fu preso per lo spettro del marito;
fu bastonato e poi riconosciuto;
si riebbe la moglie ancora incinta,
e, credendo che ci fosse accaduto
per opera d'incanti, impaurito
divenne buono e mite servitore...
TORNAQUINCI.
Cos colga la peste i due fratelli!...
GIANNETTO.
Cos li colga il taglio del mio riso!
Ah, mio messere, io stringo fra le dita
un filo fine fine; e ne vo' fare
un nodo che nessuno scioglier.
Vo' cominciare dal maggior fratello,
da Neri...
(A Fazio).
 vero, Fazio; tu lo sai...
Il Magnifico piena libert
m'ha dato: l'hanno troppo molestato,
anche lui. Vieni qua, Fazio, ricorda
che m'hai promesso d'essermi d'aiuto
come uno schiavo.
FAZIO.
Io mi rammenter
sempre del bene che da vostro padre
avemmo noi di casa; e, foste pure
un malvagio direi che siete un santo,
e sempre vi sar servo devoto.
IL CALANDRA.
(Sopraggiungendo da sinistra).
Ecco, messere,  giunta la brigata!
TORNAQUINCI.
Avanti, avanti!
(Altri servi compaiono da destra).
FAZIO.
(Entra rapido a sinistra)
GIANNETTO.
(Come fra s).
E le mie gambe tremano...
TORNAQUINCI.
(A lui concitatamente).
Ma, perch non mi dite...
GIANNETTO.
 meglio no!...
FAZIO.
(Tornando dice piano a Giannetto).
Hanno condotto madonna Ginevra!
GIANNETTO.
(Ripigliando la sua maschera).
Bene, sono contento!
TORNAQUINCI.
Entrate! Entrate!
(Entrano. Neri col suo mantello verde che, appena pu, affida al servo, che lo ripone nel fondo presso quello di Giannetto. Neri  maschio e di bella apparenza. Gabriello lo segue conducendo Ginevra. Il fratello  forte, ma pi gentile di modi e d'aspetto.  senza mantello. Ginevra  donna accortamente languida e soave. C' anche un servo di lei, Lapo, che rester immobile ad assistere alla cena, sognando il pasto pi tardi con i servi del cavalier Tornaquinci, speron d'oro).
NERI.
(Porgendo la mano al Tornaquinci).
Messere, vi saluto e vi ringrazio!
TORNAQUINCI.
(Saluta rigidamente, ma con modi cortesi, anche gli altri).
NERI.
(Scorgendo Giannetto dalla parte opposta, vicino al suo Fazio).
Toh, guarda: eccolo qua questo bamboccio!
 ancora vivo! Mira, Gabriello!
Per comparire come un uomo sano,
come s' tutto liscio; salmisia!...
GABRIELLO.
Ma che liscio, se ha sempre l'acqua addosso!...
Gronda tutto: lo vedi?...
NERI.
Di paura,
gronda!
(Prendendo per un braccio Ginevra).
Guarda. Rallegrati: t'abbiamo
condotto qua la donna del tuo cuore...
Vieni qua: dlle un bacio. Sulla mano:
 anche troppo... Vien qua!...
GIANNETTO.
(S'inoltra a bella posta goffamente).
GINEVRA.
(Ridendo).
Com' ridicolo!
NERI.
Ridicolo? Ma che! Sembra gaglioffo;
ma fa ridere assai e non  sciocco,
anzi di buon sapore, e stemperato,
e ismellonito, se con tenerezza
egli faccia la smorfie alla bellezza.
(Le ultime parole di Neri hanno accompagnato Giannetto nell'atto di baciare la mano a Ginevra)
GIANNETTO.
(A Ginevra).
Io sono lo zimbello di costoro,
perch v'ho tanto, tanto desiato;
ed ora, che pur sono stato concio,
dimentico ogni cosa, e vi desio...
NERI.
(Ridendo forte).
Un poco a denti stretti, veh, per!...
TORNAQUINCI.
Su; dunque: concludiamo questa pace!
NERI.
(A Giannetto con ispavalderia).
Tu ha' dunque deciso di far pace?!
E pace sia! Se tu volessi guerra,
sarebbe guerra; non temo nessuno.
Ho fatto burle e beffe a chi m' parso
ed anche col Magnifico ho giostrato,...
(Al Tornaquinci che, noiato, fa un gesto di rivolta).
con licenza di vostra signoria...
A burlare ho imparato dal Burchiello:
adopero la satira e la beffa;
se non basta la satira, le mani;
se le mani non bastano, bastoni!...
GIANNETTO.
Ed io, non ti potendo divorare,
ti domando la pace...
GINEVRA.
E pace sia!
GIANNETTO.
Qua, la mano!
NERI.
Ti voglio anzi abbracciare!
GIANNETTO.
(Dandogli la mano).
No: questo  troppo!
GABRIELLO.
Allora abbraccia me!
GIANNETTO.
Piuttosto te!
GABRIELLO.
Perch piuttosto me?
GIANNETTO.
Perch se tu somigli tuo fratello,
e sei ribaldo come lui, e molti
orrendi scherzi tu m'hai fatti, e t'odio
quasi come odio lui, sei nel tuo cuore
infelice....
GABRIELLO.
(Che stringeva nascostamente la mano di Ginevra con la quale aveva gi parlato sottovoce).
Perch?
GIANNETTO.
Perch tu pure
ami Ginevra: quasi quanto io l'amo!
GINEVRA.
Non  vero; messere, voi mentite!...
GABRIELLO.
(Irato e tremante).
Ch'hai tu detto?
GIANNETTO.
(Tremando ed osando).
Ripeto che tu l'ami;
ma che non osi, perch temi lui...
(Indica Neri).
NERI.
(Ferocemente e come entro s stesso).
Io domando se busse egli non meriti
quante ne pu portare una giumenta!..
(Direttamente a Giannetto):
Che t'importa di lui?!...
(Giannetto indietreggia timidamente).
TORNAQUINCI.
Su, via, signori,
pace, su, pace.
(Ai servi).
Presto: date in tavola!
NERI.
(Acquietandosi; a Gabriello).
Non far caso di quello ch'egli dice:
tu sai ch' mezzo tonto... Ma che hai?
Sei pensieroso?...
GABRIELLO.
Non posso restare
a questa cena... Te l'ho detto prima...
GIANNETTO.
(In disparte stringe forte il braccio di Fazio).
NERI.
Ma, perch, dunque?
GABRIELLO.
 meglio se vo via,
e mi preparo: debbo questa notte
partire, ch il Magnifico lo vuole
ad ogni modo: debbo andare a Pisa.
GIANNETTO.
(Idem).
NERI.
Ma che ti dico io? Non ubbidire!
Nessun Medici pu mandarti via
di Fiorenza...
GABRIELLO.
No... no: voglio ubbidire!...
GIANNETTO.
(Idem).
NERI.
Gabriello: ti prego di scordare
quanto ha detto costui; che, se per caso
ha mai colto nel segno e questa donna
tu brami,... voglia Iddio che tu ritorni
senza ricordo: ella m' troppo cara;
se no, la lascierei...
GINEVRA.
(Seduta sopra un seggiolone ride).
Ah! Ah!
NERI.
Che hai?
Pensa alle tue gonnelle ed ai tuoi fronzoli,
che per altro non sei nata, pettegola!
GINEVRA.
(Quasi canticchiando).
Son nata per tenermi due leoni
a riscaldarmi i piedi e un garzoncello
(Guarda Giannetto).
a lisciarmi i capelli che son belli...
NERI.
Ancora tu non hai dimenticato
la tua stirpe; ma io ti muter!
GABRIELLO.
No; lasciala cos: ma non lo vedi
com' bella cos? Che vuoi tu farne?
una santa?
NERI.
Fratello!  meglio, s,
che tu vada...
GABRIELLO.
Ed io vado!
NERI.
Gabriello!
GINEVRA.
(Canticchiando).
Son nata per tenermi due leoni...
GABRIELLO.
(Al Tornaquinci).
Signore, perdonatemi, vo via...
Debbo partire, come avete inteso.
TORNAQUINCI.
Se proprio  necessario, vi saluto.
E buon viaggio, alla volta di Pisa!...
(Si salutano).
NERI.
(Improvviso).
Gabriello: tu parti con rancore...
Io non voglio - Tu sai che ti vo' bene
sopra ogni cosa al mondo. Vieni qua.
GABRIELLO.
 meglio:  meglio che ti lasci solo...
con lei;... e forse... torner sanato!...
NERI.
Come prima!
GABRIELLO.
Se Dio mi assiste...
NERI.
Addio!
(Si abbracciano i due fratelli, Gabriello guarda Giannetto: non lo saluta; ma con un gesto lo schernisce. Quando passa dinanzi a Ginevra, la donna gli porge un fiore. Gabriello lo prende silenzioso, ed esce).
TORNAQUINCI.
(A Neri).
Messere, rammentatevi perch
siete venuto in casa mia: un vecchio
pu consigliarvi...
NERI.
 vero:  vero s!...
(Ritornando col pensiero al fratello, guarda Ginevra).
Vieni qua, svergognata: tu l'aizzi...
GINEVRA.
Io no; ma non lo vedi che nemmeno
lo guardo?
GIANNETTO.
Ma la donna che non guarda
segno  che vede in fondo...
NERI.
(Ripigliando il suo fare allegro).
Eccolo l!..
Quella bestia ha ragione...
(A Ginevra).
Lo capisci?..
Sei bella! Mi permetti, Giannettino?...
(La bacia forte sulla bocca).
Toh: bocca fior di melagrana; toh!
Nemica che non ha mai sonno; toh!...
CALANDRA.
Messere: le vivande sono a ordine!
TORNAQUINCI.
Via: poniamoci a mensa!
NERI.
Bene!
GIANNETTO.
E sia
Mensa di pace, adunque!
NERI.
(Dandogli la mano).
E pace sia!
TORNAQUINCI.
(Assegnando i posti).
L'amico nuovo in capo della tavola!
L'amico risanato in faccia a voi!
(Si dispongono alla mensa: Neri in capo tavola a destra: Giannetto a sinistra. Il Tornaquinci, accanto a Giannetto, in faccia alla platea; a lui presso Ginevra... Fazio volge le spalle:  vicino a Giannetto).
GIANNETTO.
(Mettendosi a sedere).
Ahi! Questa sedia morde il mio ricordo:
ed io da questa parte non ho denti;
sebbene tu me n'abbia conficcati
cinque d'acciaio!...
NERI.
(Ridendo).
Ti rinasceranno:
se non i denti, il callo ti verr...
GIANNETTO.
Cos tu l'hai sul cuore!
NERI.
Oh, bei tartufi!
Ottimo cominciare  questo; e adesca!
Ed io nel bere son di buon palato!
La gola ho lunga quasi quanto il braccio!
(I servi recano le vivande; e si mangia e si beve con gusto).
TORNAQUINCI.
Io m'aspettavo avere una diecina
di amici a mensa: invece siamo pochi.
GINEVRA.
(A Neri).
Se tu avessi invitato il Bandinello,
quello che narra tante belle storie
d'amore!...
NERI.
Che ti guastino il cervello!...
Pensa alla tua ch' gi cos intricata...
Non  vero, Giannetto?
GIANNETTO.
Illuso! Illuso
chi crede misurare alla sua donna
la fantasia e la curiosit!...
NERI.
(Con impeto).
Ma io non la misuro; la incateno...
GIANNETTO.
Incatena una nuvola, se puoi!...
La mente delle donne  un roseo nuvolo
primaverile, che sull'aria adagiasi
e si culla, e si piace, nel vedere,
cos stando sul soffice, infinito,
comodo mar del nulla, l'altre nuvole
incontrarsi, baciarsi, mescolarsi,
cambiar toni e colori, sotto il nitido
cielo che guarda con pacato amore...
E quel cielo  il marito o il suo signore...
Che se per caso arrabbiasi od offuscasi,
la nuvoletta perde il suo colore
roseo di primavera e gonfia e annerasi
e soffia e tuona e piove acqua fischiante!...
GINEVRA.
(Accendendosi).
Oh, bello!  vero!
GIANNETTO.
(Con grazia).
Perch la donna ama
vedendo gli altri amare; mangia i frutti
dell'orto suo con gusto, quando sente
nell'orto accanto un ladro che li ruba....
GINEVRA.
Oh, s: rubare! Oh, come appassiona!...
GIANNETTO.
E per questo, madonna, avete scelto
un ladro!
NERI.
Ma che dici?
GINEVRA.
Un ladro!? Chi?
GIANNETTO.
Il vostro Neri  un ladro bello e buono,
perch, sapendo che tanto io v'amavo,
subito vi rub!...
NERI.
Se la rubai,
ora lei ruba a me.
GINEVRA.
Come, ti rubo?!
NERI.
Tu mi costi di molto, sgualdrinella!
GINEVRA.
E tu lasciami!
NERI.
 giusta. Ma non posso!
GINEVRA.
(A Giannetto).
Ma dite, voi, dite: com'ero vostra?...
NERI.
Com'era tua?
(Al servo).
Ragazzo, dammi bere!
TORNAQUINCI.
(A' servi).
Attenti!
NERI.
Via: sentiamo come mai!
(Beve).
Tu sei pi buffo d'una panca zoppa.
TORNAQUINCI.
Sentiamo, dunque.
GINEVRA.
Sono curiosa!
GIANNETTO.
(Con grazia che s'insinua).
Perch?
GINEVRA.
Non so!
GIANNETTO.
(A Neri).
Ma, guarda, com' bella
una donna che aspetta un madrigale!
S, perch la mia storia  un madrigale
per voi, madonna.
GINEVRA.
Ed io sono ansiosa!
NERI.
(A Giannetto).
Vedi: tu giri intorno a questo fiore
come fan que' mosconi tutti pelo,
che borbottano e ronzano e starnazzano
sotto le foglie, per farsi sentire;
ma non osan posarsi sopra il fiore,
n si posano mai, perch c' dentro
l'ape che succhia il miele che le piace!
(Accennando a s stesso).
Ed ora, tira avanti e sfilunguella
quanto ti pare!
GINEVRA.
Via! Ma tu lo sdegni!
NERI.
Lui non si sdegna mai! Vo' che m'intenda
e non altro!
GIANNETTO.
No! Non mi sdegno mai...
GINEVRA.
Ditemi, dunque, su: com'ero vostra?
GIANNETTO.
(Commovendosi fintamente)
Io non mi sdegno mai... Ma, guarda,... ora...
non posso pi parlare...
NERI.
 ismellonito
un'altra volta!...
GIANNETTO.
(Al Tornaquinci).
E, se mi permettete,
io pure vado via!
NERI.
Che intendi farmi?
Un affronto? Ti dico di restare!...
Ormai tu non hai scampo: o fare il buffo,
o pigliarti le busse!
TORNAQUINCI.
(Con impeto).
Ma; signore!
NERI.
Non dico a voi!
GIANNETTO.
A me dice, perch
sa che non gli rispondo!
NERI.
Ch'hai tu detto?
GIANNETTO.
Dico che, se non fossi quel che sono,
un vilissimo uomo, non m'avresti
tanto beffato. Ed anche l'altra sera
non avresti conciato come me
un altro.
NERI.
Senti: e bada a quel che dico!
Non c' in tutta Fiorenza un uomo solo
che mi faccia paura; anche il Magnifico,
e lo dico a gran voce, io non lo temo!...
TORNAQUINCI.
(Insorgendo).
In casa mia nessuno dir male
de' Medici!...
GIANNETTO.
(Trattenendolo per un braccio e fingendo comicamente terrore, per isviare l'alterco).
Ahim! Lasso! S'abbaruffano!
Soccorso! Fermi! Fermi!
NERI.
In casa vostra,
io rispetter voi; ma nessun altro!
GIANNETTO.
(Buffonescamente).
Anche me, te ne prego, me con lui.
NERI.
(Ricomponendosi).
Ragazzo, dammi bere!
CENCIO.
(Gli d da bere).
NERI.
E un giorno o l'altro,
in qualche festa o a qualche cena o dove
son ragunati questi morti giovani
fiorentini mi voglio far conoscere;
li vo' veder tremare come vette,
dinanzi a me...
GIANNETTO.
(Comicamente per aizzarlo).
Per Dio! Che crolla mai!
TORNAQUINCI.
Che c'?
GINEVRA.
Che accade?
GIANNETTO.
Il tetto vien di sotto...
al rumore di s bella panzana!...
NERI.
Panzana! Ma se fosser come te
anche se non ci fossi di persona,
tremerebbero tutti al nome mio!
GIANNETTO.
Anche al mio nome tremano; conviene
che tu comprenda questo: che l'astuzia
ti cammina sul taglio della spada
e ti motteggia; e la forza stramazza
spesso di tonfo anche su piana terra.
NERI.
Io mi reggo su due piedi di bronzo
e tu ciondoli come un panno steso.
La sagacia! Vorrei vederti al caso!
GIANNETTO.
Ed io te!
NERI.
Ti vorrei vedere andare
in casa della Bella Pellegrina,
dove ora stanno i suoi molti messeri
cascamorti; vorrei vederti andare
vestito come sei; ma con il viso
tinto di nero: gioco due fiorini
d'oro...
GIANNETTO.
Ne avrei tante legnate e tante,
che quasi parmi che non mi convenga.
Ma gioco io per dieci fiorini
che tu nemmeno saresti capace...
NERI.
Quella  impresa da deboli e da sciocchi;
per ci te l'ho proposta; e non da me.
GIANNETTO.
Allora gioco che non anderesti,
giusto a quest'ora, dentro la bottega
di Ceccherino, in Vacchereccia, dove
stanno appunto adunati i pi notevoli
giovani di Firenze che tu dici
poter gabbare quando pi ti piaccia.
E non importer che tu li tocchi;
basta che a loro ti presenti armato
d'arme bianca e recando sulle spalle
una roncola.
NERI.
Tutti morirebbero
di paura, ci fosse pure il Medici!
TORNAQUINCI.
(Al quale Giannetto ha scosso il gomito).
Oh; questo poi vorrei vederlo!
GIANNETTO.
Anch'io
ch son convinto non ci sia pur uno,
capace di far tanto!
NERI.
(Con l'ardore dell'impresa).
Vuoi tu dare
la posta in mano al Tornaquinci?
GIANNETTO.
Subito.
Ecco qua l'oro!
(Lo porge al Tornaquinci).
NERI.
Lascio di mangiare!
L'arma bianca l'avete?
TORNAQUINCI.
Ce n' tanta,
da rivestirne tutta una brigata!
NERI.
(A Ginevra).
Allora; tu va via... Va presto a casa
ed aspettami l; torner tardi.
Lapo qui t'accompagna!...
GINEVRA.
Ahim! Che modo
d'interrompere i dolci conversari!
(Si alza).
NERI.
Venuto  il tempo ch'io faccia vedere
quello che valgo a questi zerbinotti.
Presto; presto: va, va!...
TORNAQUINCI.
Ma; cos subito
volete rimandarla?
NERI.
(Con prepotenza).
Donne, a casa!
GINEVRA.
Vado! Vado! Vorrei non esser qui!
NERI.
Ci sei venuta per vedere il tuo
spasimatore; ed ora, che l'hai visto,
vattene!
GINEVRA.
Vado! Vado!
(Si muove lentamente verso la porta; Lapo le porge il manto).
NERI.
Presto! Presto!
GINEVRA.
Non so quello ch'abbiate voialtr'uomini!
Noi vi portiamo sulle nostre braccia
la dolce vita e voi, sempre distratti,
non volete goderne se non quando
a noi non piace. Ed era cos dolce,
ora, finire a mensa la serata
e dir cose gioconde e un poco grasse:
e poi, magari, andarsene a godere,
girellando; che ci sar la luna...
NERI.
(Esaltato).
A casa, donne! A casa, donne!!
GINEVRA.
(Con un po' di rabbia).
E gli uomini
di fuori col malanno! Andiamo, Lapo!
(Alludendo a Neri).
Il vino  il gran nemico delle donne!
(Esce con Lapo).
NERI.
(Urlando).
A casa! A casa! A casa!
(Uscita Ginevra).
Ed ora; a noi!
GIANNETTO.
(Piano a Fazio).
Attento, Fazio!
NERI.
Qua; presto; qua l'arme!
TORNAQUINCI.
(Ai servi).
Prendete quella bella che indoss
il Magnifico, giorni sono.
NERI.
Allora
mi voglio divertire anche di pi,
che mi parr d'essere entrato dentro
alla pelle del Medici!
TORNAQUINCI.
(Fa per avventarsi su lui).
GIANNETTO.
(Lo trattiene).
Aspettate!
(Intanto giungono i servi recando l'armatura tutta di acciaio lavorata con arte).
NERI.
Qua, dunque, qua! Bellissima davvero!
GIANNETTO.
Ti sar stretta.  meglio tu ti levi
anche la giacca!
NERI.
(Ironicamente).
 vero, son pi forte
del signor di Fiorenza!...
(Incomincia ad armarsi).
TORNAQUINCI.
Non lo credo!
Anzi mi pare che Lorenzo sia
di persona pi alto e pi robusto.
NERI.
Sono molto pi forte del Magnifico...
TORNAQUINCI.
E cos siate saggio quanto lui!
NERI.
Invece vo' godere come un pazzo,
non come un saggio; e chi non vuole, strida!
(A Giannetto).
Que' tuoi fiorini mi parranno mille!
Il tuo pensiero  stato giocondissimo!
GIANNETTO.
(Eccitandolo).
Son certo invece che non giungerai
alla bottega!
NERI.
Lo vedrai, gaglioffo!
(Al servo che l'aiuta a vestirsi).
Stringi bene le cinghie: allaccia forte!
GIANNETTO.
Tu credi dunque d'essere assalito...
NERI.
Temo che dal gran rider che far
non mi debba scoppiare anche l'acciaio
sul ventre.
GIANNETTO.
(A Fazio).
Dagli l'elmo! Presto, Fazio!
FAZIO.
(Gli d l'elmo).
Ecco, messere!
GIANNETTO.
Sei proprio bellissimo!
NERI.
Datemi bere, qua: vo' prima bere!
TORNAQUINCI.
A tutti date bere!
(I servi danno bere).
NERI.
Assai mi duole
che sia lontano il mio caro fratello.
Ma cos gran rumore lever
questa sera in Fiorenza, che la voce
delle mie gesta lo raggiunger.
(Ebbro).
Bevo alla barba d chi non ha debiti!
GIANNETTO.
(Interrompendo).
Certo di non offendere i presenti!
NERI.
Bevo alla barba di chi signoreggia
questa terra di vili e femminette:
mercanti ladri e santi solamente
in agonia!
GIANNETTO.
Che il giusto Dio ti dia!
NERI.
A te! Bevo esaltando i capri e gli asini
che Lorenzo Magnifico pastura,
aiutato da' suoi prodi compagni
pappatori, beoni e tavernieri...
Chi non beve con me, peste lo colga!
GIANNETTO.
(Pronto).
Bevo!
NERI.
Ed ora la roncola!
FAZIO.
(Che l'aveva pronta).
Ecco qua!
NERI.
(Prendendo l'arma: al Tornaquinci).
Messere; possedete armi bellissime!
E questa  fatta per una gran testa
di cento teste: la testa del popolo.
 roncola medicea! Lo dir
a tutti questi capri addormentati!
TORNAQUINCI.
Andate dunque: e noi si rider!
GIANNETTO.
Noi verremo a vedere!
NERI.
(Accennando alla porta di sinistra).
Aprite! Aprite!
(I servi spalancano la porta. Neri esce, ed allontanandosi grida).
Passa la morte! Passa la ruina!
Passa la verit! Passa la strage!
GIANNETTO.
(Che si  spinto con gli altri alla porta, quando non si sente pi la voce di Neri, dice al Tornaquinci).
Su, presto: allontanate i servi: presto!
TORNAQUINCI.
(Ai servi).
Via di l; via di l, presto, lasciateci!
(I servi escono).
GIANNETTO.
(Dopo avere afferrate le vesti di Neri).
 nella ragna! Fazio, prendi qua
queste vesti, le sue, portale a volo
a casa mia: mettile sopra il letto;
e poi corri, veloce pi che puoi;
e, prima di lui, giungi in Vacchereccia
ed entra nella scuola del Grechetto
maestro d'armi, quello della Torre;
ci sar molta gente; e grida a tutti
ed afferma con molti sacramenti
che Neri  uscito di cervello e in casa
ha voluto ammazzar quasi i parenti,
le masserizie ha gettate nel pozzo;
e come giunto in casa Tornaquinci
con grida minacciose, strepitando,
tutto s' armato d'arme bianca e, presa
una roncola enorme, s' avviato
per Vacchereccia e giura di volere
uccidere quel tristo Ceccherino,
linguaccia, pappatore e leccatore
e con lui tutti quei che trover
in bottega. Ma, corri e grida! Via!
Ed io nella bottega avvertir
quei che ci sono. Va', Fazio mio, vola!...
(Fazio fugge. Giannetto si rivolge al cavaliere prendendo e indossando il suo mantello rosso di fiamma).
Voi, cavaliere, andate dal Magnifico:
ditegli che la beffa  cominciata,
che promette e sar perfida e bella!
Andr da lui fra poco tempo... Addio!
 in mano mia questo bandito! Via!
(Esce a precipizio)
CALA LA TELA.


 ATTO SECONDO.
Anticamera di Ginevra.
Nella casa della donna si scorge la signoria dell'uomo. La stanza ha sensi di volutt. La mobilia  grave ma pur mollemente ampia: profonda la cassapanca; ricco lo scrigno per le armi corte e le cose preziose; comode le seggiole.
La parete in faccia non ha che una finestrella elegante in alto ed  tutta ornata di un affresco raffigurante un giardino d'amore, che si svolge anche sulle pareti laterali.
A destra, verso il fondo, un uscio: conduce verso la porta maggiore. A sinistra l'uscio di camera prima e una porticciuola poi, quasi segreta.
 di prima mattina.
CINTIA.
(Entra da sinistra seguita da Lapo che rimane fermo nel fondo, mentre la fante attraversa la stanza e bussa alla porta della camera di Ginevra).
Oh; madonna, levatevi! Correte!
Od aprite la porta ch'io vi parli!...
Ho novelle terribili da darvi.
(Dopo una breve pausa, si rivolge a Lapo).
Ora si leva! Ma; sei tu ben certo?
LAPO.
Vi dico ch' impazzito. Da per tutto
se ne parla. Ier sera l'hanno chiuso,
dopo averlo legato bene bene,
nella bottega ch'egli ha devastato...
 pazzo furioso!
CINTIA.
Salvo ognuno!
LAPO.
Voleva uccider tutti. Ha rotto un braccio
a Nostagio, il ragazzo di bottega!
E quei messeri poi li ha rovinati!
Con una grande roncola che aveva
ha rotto a chi la testa, a chi le gambe!...
CINTIA.
Dio ci scampi!
GINEVRA.
(Comparisce sulla porta, discinta e bella: una veste da mattina mal ricopre la sua mirabile nudit)
Che vuoi?
(Scorgendo Lapo).
Mandalo via
quell'uomo!
(Rientra dentro).
CINTIA.
(A Lapo).
Lapo, vattene con Dio:
la mia signora  molto vergognosa.
(Lapo esce. Ginevra ricompare).
CINTIA.
Oh, madonna! Il padrone  uscito fuori
del cervello! Stanotte, in Vacchereccia,
l'hanno serrato dentro una bottega
e ben legato!...
GINEVRA.
Ma che dici, tu?
CINTIA.
L'ha raccontato Lapo. Da per tutto
se ne parla in Firenze.
GINEVRA.
Tu, sei pazza.
CINTIA.
Dico il vero!
GINEVRA.
Non pu darsi!
CINTIA.
Perch?
GINEVRA.
 di l nel suo letto!... Ossia, nel nostro...
CINTIA.
(Gridando).
Madonna! Voi dormiste con un pazzo?!
GINEVRA.
Altro che pazzo! Non  stato mai
tanto savio, s come questa notte!
CINTIA.
Ma s'egli era laggi chiuso e legato!
GINEVRA.
Il contrario! Era sciolto; e come sciolto!
CINTIA.
Oh! Buon per voi, madonna!  rinsavito!
Ma; badate per, che, a volte, i pazzi,
per far ci che voi dite, sono savi,
e poi...
GINEVRA.
Egli era savio! Egli era savio!
E se i pazzi non sanno dove vanno,
egli non ha smarrito mai la strada!
Anzi; voglio veder se l'hai destato.
Dev'esser poco ch'egli ha preso sonno!
(Va verso la camera, quando  presso al limitare della porta, d indietro meravigliata. Giannetto comparisce dalla camera in abito succinto, con le brache e in maniche di camicia, con il giubbetto e un mantello verde in braccio).
Che?! Voi?! Messere; come siete entrato?!
GIANNETTO.
Scusatemi, madonna: sono entrato!...
GINEVRA.
Ho dormito con voi?! Ma, io non voglio!
GIANNETTO.
Basta dimenticarlo! Vi consiglio
a ridormirci sopra.
GINEVRA.
Oh; no, davvero!
Intanto uscite subito di casa!
GIANNETTO.
Vi prego: allontanate la fantesca.
Oppure entrate dentro!
(Accenna alla camera).
GINEVRA.
Ah! questo, no!
GIANNETTO.
Bisogna ch'io mi spieghi!
GINEVRA.
(Presa dal desiderio di sapere).
Cintia, va!
(Cintia esce, sorridendo).
GIANNETTO.
(Continuando).
Se pure non mi sono assai spiegato,
stanotte...
GINEVRA.
Che volete dire?
GIANNETTO.
Voglio
dirvi che spero m'abbiate capito.
GINEVRA.
Che?
GIANNETTO.
Che io v'amo!
GINEVRA.
Oh; questo l'ho capito
anche troppo!
GIANNETTO.
Che ancora v' mestieri
di sapere?
GINEVRA.
In che modo siete giunto...
E mi stupisco come non tremiate
al pensiero che Neri vi pu cogliere...
GIANNETTO.
Oh! Per Neri non tremo!...
(Con un sospiro).
Finalmente!
GINEVRA.
Dunque: che accade?
GIANNETTO.
 diventato pazzo!
GINEVRA.
Ma, come?
GIANNETTO.
Se non fosse pazzo o morto,
voi lo vedreste qui, che l'ora  buona:
baci e frutta son fresche, la mattina.
GINEVRA.
Ma che pensate voi ora a freschezze!...
GIANNETTO.
(Accennando alle sue carni che nascono dalla veste).
Poi che le vedo ora!... E tutta notte
le sentii solamente;... e l'occhio ingordo
(Si accosta a lei).
 ancora insaziato.
GINEVRA
(Coprendosi).
E rimarr...
GIANNETTO.
Ma fino a quando dentro gli occhi vostri
scorger quel ricordo, non dispero...
GINEVRA.
Che ricordo?
GIANNETTO.
Ricordo di stanotte!...
GINEVRA.
Che bravura! Ma, voi mi discorrete
delle vostre prodezze, come foste
un padrone qua dentro.
GIANNETTO.
V'ho gi detto
che Neri  pazzo!
GINEVRA.
Allora  proprio vero!?
GIANNETTO.
Siete contenta?
GINEVRA.
Che credete dunque?
Ch'io non l'amassi?
GIANNETTO.
Lo potete amare
ancora:  sempre vivo.
GINEVRA.
Amare un pazzo!...
Ma com' diventato?
GIANNETTO.
 diventato!
Non lo vedeste ieri sera a cena
com'era riscaldato?
GINEVRA.
Gi; mi parve;
ma credevo che fosse per il vino.
GIANNETTO.
Se avesse avuto la sua testa a posto,
non si sarebbe armato e non sarebbe
uscito fuori cos tempestando...
GINEVRA.
And, dunque! Sicch, Cintia ha ragione!...
GIANNETTO.
Cintia ha ragione!
GINEVRA.
C'eravate voi?
GIANNETTO.
Altro, se c'ero!... Quando giunse l,
nella bottega ch'era tutta piena,
inalber la roncola gridando:
Ah, traditori: siete tutti morti!
GINEVRA.
Ma questa era la burla!
GIANNETTO.
Era la burla;
ma poi la burla divent follia.
Invece di guardare a corre in modo
da fare assai paura e poco danno,
pare che incominciasse a dare a bono;
e cadevano gi pesti o feriti;
ed ognuno levava gran rumore:
chi si fugg nel fondaco, chi sotto
le panche o sotto il desco o nella mostra;
garrivano, strillavano, pregavano:
era il trambusto maggiore del mondo.
E Neri, non ristava; ma gridando
parole minacciose e senza nesso,
menava gi tagliate e squartamenti;
s che ognuno, di dentro al nascondiglio,
forte strillava:  pazzo;  pazzo;  pazzo!
E Neri invece rideva scagliando
gi roncolate. Fuor dalla bottega
la gente anche strideva ed implorava...
Quand'ecco dalla scuola del Grechetto
giungono molti giovani gagliardi
urlando: Addosso al pazzo! Ferma, ferma!
Ed ardiscono entrar nella bottega...
Neri allora s'avventa e grida: Voi
e Lorenzo de' Medici pazzissimi,
dissennati, caproni! Ed altri detti
veramente da pazzo o indemoniato.
Solamente con l'arme lavorava
da senno! S; ma quelli sono esperti
e gli furono sopra e l'acciuffarono...
Ognuno allora usc fuori improvviso
e, tutti addosso, alfine lo legarono.
Guaiva e mugolava, tutto irsuto
s che pareva un istrice: legato
non si teneva... Alfine per consiglio
d'un medico pensarono lasciarlo
nella bottega legato a quel modo,
dicendo che lo stare al buio forse
gli avrebbe fatto bene... Ed ora  l...
Povero Neri!...
GINEVRA.
Ed ora che faranno
di lui?
GIANNETTO.
Non so: provveder il Magnifico,
sempre propenso verso gl'infelici.
Egli ha cura di tutto e gi conosce
la sua pazzia... Subito l'avvertii...
GINEVRA
(Ripresa dalla curiosit).
E poi?... Come faceste?...
GIANNETTO.
A venir qui?...
Povero Neri! A me, tanta piet
fece vederlo a quel modo finire,
che pensai farlo vivere un po' pi,
operando per lui... E corsi a casa
del Tornaquinci e presi i suoi vestiti,
ch'egli aveva lasciati per armarsi:
v'era dentro la chiave della casa;
e, per incominciare a operar bene,
mi misi il suo mantello; e venni qua,
com'era suo dovere. Aprii la porta,
e m'inoltrai. Attraversai le stanze
e giunsi a questa; e vidi sulla cassa
il lume... Mi tremavano le gambe...
Ma sentivo il desio di te, Ginevra...
Mi fermai un istante: tu dormivi
di l;... guardai un poco... Eri scoperta
sulle braccia e sul petto... Mi sentii
nascere dentro mescolati i brividi
del desiderio e quelli del pericolo:
ero un ladro e gustavo la tortura
che mi veniva da quel mio desio.
Ed entrai...
GINEVRA.
Ma vi vidi: mi pareste
Neri... Rammento...
GIANNETTO.
Avevo il suo mantello
verde...
GINEVRA.
Lo vidi... Mi riaddormentai.
GIANNETTO.
E questo mi die' molta meraviglia,
ripensando alle usanze dell'amico!...
E, per meglio operar ch'ei non solesse,
lasciato il lume fuori, mi svestii,
nella penombra calda e tentatrice...
Oh, che senso! Calar gi per un muro
di velluto in un orto proibito,
mentre i giganti enormi posti a guardia
dormono orrendi;... crre il primo frutto...
No;... subito non colsi,... che parevami
delizia gi mollissima il tepore
de' lini,... la conchiglia dove stavi...
E l'indugio scorreva nel mio sangue
come un dolce veleno... Tu dormivi
agitata e quieta: tu sentivi
nel sonno forse la mia bramosia,
come una proda il maggio che s'approssima
e, invece di scacciarmi, il tuo respiro
mi diceva un invito... Non sapevi;
tu non sapevi. Questo era il furtivo
mio godimento...
GINEVRA
(Con un sospiro).
Ed io non ne godevo!...
GIANNETTO.
Ma quando ti svegliasti... allora...
GINEVRA
(Languida di desideri insaziati).
Allora,
s; ma credevo d'essere con Neri...
Sapendo invece d'esser con un ladro
d'amore, meglio assai sarebbe stato.
GIANNETTO.
Lo credi?...
GINEVRA.
Certo: tu potevi dirmelo!...
GIANNETTO.
 vero: sono troppo delicato!..
Ma, ora tu lo sai che sono un ladro...
GINEVRA.
Non  lo stesso.
GIANNETTO.
Non mancher molto!...
Se di l... ritornassimo, vedresti:...
sarei ladro ugualmente, ch il furore
del prendere l'avrei...
GINEVRA.
Ma, Neri?!
GIANNETTO.
 la!...
Sconta le sue peccata!... Se lo merita!...
(Con ferocia).
GINEVRA.
 meglio che tu vada... Se ritorna...
GIANNETTO.
E come vuoi che torni?  catenato...
Vieni... che ancora non  giorno pieno...
GINEVRA.
Ho paura...
GIANNETTO.
Ma c' chi resta a guardia,
alla porta... Se mai mi avviserebbe...
C' quel mio Fazio, il mio fido garzone.
Inoltre la paura fa pi bello
l'amore...
(L'abbraccia).
Ti desidero; ti voglio...
GINEVRA.
Ladro!...
GIANNETTO.
Bella! Tu sei la mia vendetta...
GINEVRA.
Ladro!
GIANNETTO.
S, t'ho rubata dalle braccia
d'un mostro.
GINEVRA.
Ladro!
GIANNETTO.
Per questo mi sembri
la pi bella!...
(La bacia; ma improvvisamente si sentono alcuni lontani rumori).
GINEVRA.
Hai sentito?
GIANNETTO.
S.
GINEVRA.
Che c'?
GIANNETTO.
(Balbettando).
Non so.
GINEVRA.
Tu tremi.
GIANNETTO.
(Facendosi forza).
No!
GINEVRA.
Giunge qualcuno!
GIANNETTO.
(Si stacca da lei).
(Entra Fazio anelante, pallido).
FAZIO.
Padrone mio, salvatevi!
GIANNETTO.
Che c'?
FAZIO.
Neri, mentre volevano levarlo
dalla bottega i servi del Magnifico,
s' liberato: ha buttato per terra
chi voleva tenerlo; ed  fuggito!
GIANNETTO.
Fuggito?!
GINEVRA.
Oh; Dio!
FAZIO.
Fuggito: e con in mano
la roncola. E se alcuno s'avvicina
lo taglia a mezzo... Certo viene qua!
GINEVRA.
Scappate, allora...
FAZIO.
Ma non per di qua.
Lo potremmo incontrare.
GIANNETTO.
Non lo seguono
i famigli del Medici?
FAZIO.
Ma intanto
egli  libero!
GINEVRA.
(Indicando la porticina nel fondo a destra).
Qua c' un'altra uscita
che d sull'altra strada.
FAZIO.
Eccolo: udite!
GINEVRA.
(Spaventata).
Oh! Madonna! Io mi serro nella camera!
(Si chiude rapidamente in camera).
FAZIO.
Andiamo via di qua!...
(Accenna alla porticciuola di destra).
GIANNETTO
S; ma cerchiamo
de' famigli: non voglio che ci scappi!..
(Entrano nella porticciuola).
CINTIA.
(Di dentro, urlando).
Oh, Madonna! Soccorso!...
NERI.
(Di dentro: le voci s'avvicinano).
Taci! Taci,
dannata, ch'io ti strangolo!... Mi credi
pazzo anche tu?!...
CINTIA.
(Entra atterrita, come dopo essersi liberata da lui).
Madonna! Ohim! Salvatemi!
NERI.
(Entra furente, sempre armato di ferro; con alcune parti dell'armatura perdute; ma la sua roncola in mano. Gitta l'arma che cade con un suono infernale e rincorre Cintia, che gli sfugge, per la stanza).
Femminetta! Gaglioffa! Non gridare!
CINTIA.
 pazzo!  pazzo!
NERI.
Ch'hai tu detto ? Scimmia
rabbuffata! Non son pazzo; non sono!...
Ah! Se ti colgo!...
CINTIA.
Vergine Maria!
(Non potendo pi sfuggirgli, cerca acquietarlo come si fa ai pazzi).
State buono,... s;... s:... come volete...
Far come volete, poverino!...
NERI.
Ma, che borbotti? Non so chi mi tenga
dallo strozzarti,... gallina, che sei...
(Afferrando lei che s' come accucciata).
Su, su; via!
CINTIA.
(Cercando alzarsi con garbo).
Come vuoi tu, poverino!...
NERI.
(La spinge violentemente nella stanza di sinistra).
Ranocchia velenosa! Vuoi tacere!
Mi crede pazzo!... E non avr parlato
con alcuno!... Ma sembro dunque un pazzo?
Ah, gi: quest'armi... Me le vo' cavare...
(Incomincia a sciogliersi dall'armatura).
Non c' che dire: ho vinto la scommessa;
ma cara m' costata!... Ah, quel Giannetto...
L'ultima ha fatto. Me la pagher...
(S' gi liberato).
Ma Ginevra che fa? Dorme?... Con questo
rumore?!
(S'avvicina alla porta che  chiusa di dentro).
Chiusa? Ehi!
(Batte).
Che dormi? L'ultima?
Svegliati. Sono stracco... Vo' sdraiarmi!...
Ma non dorme!... La sento camminare...
GINEVRA.
(Di dentro)
Sta' bono, poverino; e Dio ti salvi!
NERI.
Ah! dannata! Sei tu pazza!... Sei tu!...
Apri, per dio, che butto gi la porta...
Sentirai se son pazzo!
GINEVRA.
(Con voce dolce).
No! No; buono!...
NERI.
Ah, dannata! Son pazzo; sono pazzo;...
ma dalla voglia che forte mi piglia
di ceffonarti!
GINEVRA.
Poverino... No!...
NERI.
Se non apri, ti butto gi la porta;
e ti scarruffo come la versiera...
(Scuote la porta con forza).
Non mi senti? Mi prudono le mani.
Non vuol cedere; ti sei chiusa bene!...
(Scuote ancora pi forte).
GINEVRA.
(Urlando).
Vergine Santa; salvami dal pazzo!
NERI.
Ah! Piglier la roncola!
(Va per prenderla; ma si ferma improvvisamente a sentire alcune voci concitate giungere da sinistra).
Che c'?
Ah! Mi voglion pigliare?! Ancora pazzo?!
Son dunque pazzo, io? Oh, no!
(Si slancia verso la porta di sinistra).
VOCE.
(Di dentro a sinistra).
Serrate
la porta!
(Prima che Neri vi giunga, la porta  chiusa violentemente).
NERI.
Ah, traditori!
(Torna indietro a ripigliare la roncola).
VOCE.
(Da sinistra, forte).
Pronti siamo:
(La porta di sinistra si spalanca: compariscono uomini e staffieri de' Medici. Neri s'avventa con un urlo su di loro; ma dalla porticciuola di destra escono altri uomini che si gettano, a tempo, su lui, alle spalle).
UOMINI DA DESTRA.
Ed anche noi!
(Neri acciuffato si dibatte).
VOCE.
(Nel tumulto).
Tenetelo!
VOCE.
 un gigante!
VOCE.
I pazzi sono forti il doppio!
NERI.
Cani!
Medici vile!
(Compariscono dalla porticciuola Giannetto e Fazio).
GIANNETTO.
Forte! Accalappiatelo!
Che non vi scappi ancora!
NERI.
Tu?! Brigante!
GIANNETTO.
Non ci badate: tenetelo bene!
NERI.
Ah, manigoldo; ah, tristo; ah, brutto viso
di cane!
GIANNETTO.
Ah, mio buon Neri, che piet,
vederti pazzo nel fiore degli anni!...
NERI.
Mi sembra d'impazzire per davvero!
GIANNETTO.
Lo sentite? Convien tenerlo forte;
perch voglio che possa rivederlo
la donna del suo cuore, miserella....
(Va alla porta della camera di Ginevra).
O Madonna; venitelo a vedere;
 legato!
(Neri muggisce).
GINEVRA.
(Comparisce).
Oh, mio Dio! Mi fa piet.
NERI.
Carogna!
GIANNETTO.
(A Ginevra).
Ci son io, per consolarvi...
(Le stringe la vita: ella si appoggia a lui).
NERI.
Ah, traditori!
GIANNETTO.
Portatelo via!
(Lo trascinano via, mentre si dibatte freneticamente).
NERI.
(A Giannetto).
Tu l'hai goduta! Tu me l'hai goduta!
Preparati la bara, Giannettaccio!..
CALA LA TELA.

 ATTO TERZO.
Uno degli stanzoni sotterranei del Palazzo de' Medici: un antro di belle linee; ma scuro e triste.
Da una colonna snella e solida nel mezzo sbocciano gli archi che compongono la stanza. Le pareti sono di calce e di pietra, senza altri ornamenti.
In faccia, a destra, una porta conduce al piano di sopra per una scaletta visibile: sopra la porta un occhio dal quale pure si vede la scala ripidissima.
Nella parete di sinistra un'altra porta pi grande. Non ci sono mobili, tranne qualche cassa, qualche cosa inutile, usata.
 il pomeriggio: la luce di fuori giunge fiochissima. Due torcie meglio rischiarano l'azione.
Giannetto entra da sinistra con quattro staffieri.
STAFFIERE.
In questa stanza? Che dite, messere?
GIANNETTO.
Mi pare adatta.
STAFFIERE.
Allora non si tratta
che di condurre il pazzo.
GIANNETTO.
Fate a modo.
Se vi scappa di mano, vi rovina.
 forte oltre misura.
STAFFIERE.
Lo sappiamo;
ma credo che non sia pi da temersi.
Da quando fu condotto nella stanza
e messo al buio, come volle il medico,
s' mal ridotto: non discorre pi;
se qualcuno lo tocca, non si muove.
(Entra il dottore vestito all'usanza comica del tempo).
GIANNETTO.
Ma, vi consiglio di legarlo bene.
Che ne dite, dottore?
DOTTORE.
Dite il giusto.
Sar bene legarlo a un seggiolone,
s come s'usa sempre con i pazzi,
quando si vuole metterli a confronto,
al fine che il malato o indemoniato,
siccome mi par meglio, possa dare
segni di maraviglia o di terrore.
Se gli hanno ucciso qualche suo parente,
si chiami l'uccisore, se la donna
gli hanno tolta, che venga il seduttore;
ch sempre l'urto de' contrasti toglie
la ragione, ed a volte anche la rende.
GIANNETTO.
(Ironicamente).
 dottrina sicura. E Dio v'assista!
DOTTORE.
Essa ha fatto miracoli. Una volta,
io tolsi due feroci indemoniati
che gi si detestavano da savi
e insieme li legai, non tanto stretti
che non avesser libere le mani
e le gambe; ma, qui, giusto alla vita.
Furon lasciati soli per due giorni.
Il demonio che s'era chiuso dentro
ad ognuno vicino essendo all'altro,
usc fuori dal petto ad ambedue
e s'azzuff col demone vicino;
e, nella lotta, i demoni folletti
s'uccisero fra loro, cos che
quando aprimmo la stanza, ritrovammo
que' due pazzi pestati e sanguinanti
da' fieri colpi che que' due demoni,
dibattendosi forte in mezzo ai miseri,
avevan loro dato; e, dislegati,
si lasciarono porre a letto e, Cristo
implorando, chiedevano merc.
E quando il pazzo sente sofferenza
 come salvo. Uscito gli  dal petto
certo il demonio.
GIANNETTO.
Ah, domine magister!
E voi credete che anche il nostro povero
Neri sia posseduto dal demonio?
DOTTORE.
Non  chiaro abbastanza.
GIANNETTO.
Ma il Magnifico
pensa che s.
DOTTORE.
Ma allora anch'io lo penso!
GIANNETTO.
(Fintamente).
Io non lo credo; non lo posso credere!
DOTTORE.
In questa stanza si far il confronto.
S'egli non sar pazzo furioso,
noi potremmo mandarlo anche con Dio:
per la citt ci sono tanti pazzi
che girano, ed appena accompagnati
da qualcuno di casa... Ed anche soli;
se bene son di scherno ai ragazzacci...
Ma voi avete chi porgli dinanzi
che lo possa commuovere?
GIANNETTO.
Oh, s; s!
Ci son nemici suoi che certamente
gli faran colpo. Per esempio il Trinca
al quale Neri port via la donna!
DOTTORE.
Ma questo vecchio non vorr venire!
GIANNETTO.
Anzi, brama vendetta e perci corre.
 arrivato e sta sopra, in una stanza!
Il Magnifico subito ha concesso
ch'egli venisse, tanto lo commuove
la salute di Neri. Ma c' altro!
DOTTORE
Che, dunque?
GIANNETTO.
Neri, lo sapete, amava,
quand'era savio, smisuratamente
le donne e, per averle, non badava
a cosa al mondo. Io ne ho trovate tre
che sono state da lui compromesse
e poi lasciate: sono tre rimorsi;
e... se giungono insieme... Immaginate!...
DOTTORE
Se non risana con questi rimedi
ci vuole il maliardo per cavargli
le dimonia, con ferri arroventati
e con preghiere.
GIANNETTO.
Ah, povero mio Neri!
DOTTORE
Ora dunque si vada per il pazzo.
GIANNETTO.
Andate ch'io v'aspetto.
(Il dottore esce con gli uomini dalla porta di fondo).
FAZIO.
(Entra improvvisamente, ansando).
Padron mio,
Gabriello  tornato! Ed ha saputo
della pazzia di Neri ed  convinto
che siate voi l'autore di ogni male!
GIANNETTO.
Dove l'hai visto, tu? Come lo sai?
FAZIO.
La Cintia me l'ha detto; ed egli  stato
da madonna Ginevra!...
GIANNETTO.
 entrato in casa?!
Ha parlato con lei?
FAZIO.
No: ch madonna,
conosciuta la voce, non ha aperto
temendo che volesse vendicare
il suo fratello...
GIANNETTO.
(Respirando).
Ah! Bene!
FAZIO.
E Gabriello
allora ha incominciato ad implorare,
dicendole che troppo egli l'amava,
per farle male...
GIANNETTO.
(Attento e meravigliato).
Ah; s?!
FAZIO.
Che, se l'avesse
lasciato entrare, al solo rimirarla
cos bella com', foss'egli stato
inferocito contro lei s come
contro Giannetto il perfido, sarebbe
diventato un agnello... E la chiamava
con dolci nomi: della vita sua
regina e donna, quella nel cui petto
alberga la sua pace e la sua gioia...
GIANNETTO.
(Ansioso).
E Ginevra?
FAZIO.
Non ha voluto aprire,
temendo ch'ei mentisse e perch sa
di che ferocia sono i due fratelli...
GIANNETTO.
(Come dentro s stesso).
E non mentiva!... Narra; ch'io mi struggo!
FAZIO.
Allora Gabriello ha cominciato
a dirle d'ogni sorta villanie...
E poi giurando che vi avrebbe ucciso
in quel modo peggiore che potesse,
per vendicare il fratello impazzito,
 andato presso casa vostra e aspetta...
Ed io son corso; e proprio ora l'ho visto!
 pallido di rabbia; ha gli occhi fuori;
 insaziato di sangue e d'amore!...
GIANNETTO.
A casa mia ?!
FAZIO.
S; gira su e gi
per la strada, dinanzi a casa vostra!
GIANNETTO.
(Fisso in un pensiero suo).
Tu credi dunque che, se la Ginevra,
non avendo paura, avesse aperto,
egli... avrebbe tradito suo fratello?...
FAZIO.
(Animandosi).
Se l'avrebbe tradito?! Padron mio;
l'amore per la donna ogni altro amore
disperde, sia pur sacro, sia pur bello!
 come il succo e l'alito di mille
sorta di vini;  fiore velenoso
che secca ogni altro fiore nel giardino
del tuo cuore;  la piaga dolorosa
che tanto dole, ch'ogni altra tua doglia
si spenge e tace; ed ubriaca il padre
perch uccida il figliuolo; ed il fratello...
GIANNETTO.
(Troncando la sua vena).
Che ne sai, tu?
FAZIO.
(Modestamente).
Questa  la sola scienza
che sappia fino in fondo un ignorante!...
GIANNETTO.
Dunque;... tu credi che l'amore pazzo
per Ginevra gi spento abbia nel cuore
a Gabriello l'amore fraterno...
FAZIO.
Credo di pi! Negli occhi suoi non c'era
solamente ferocia contro voi,
ma tanta bramosia di passione
per quella donna sua tanto agognata,
ch'io penso bacerebbe i vostri piedi,
se voi lo conduceste da Ginevra!...
GIANNETTO.
Lo credi?
FAZIO.
Tanto pi che ormai s'immagina
che il fratello sia pazzo!...
GIANNETTO.
Peggio ancora!
FAZIO.
Vi maraviglia, perch non potete
amare, voi, che siete come il serpe
e godete la psca che mangiate,
con i labbri soltanto e non col gusto!...
Ma Gabriello vuole... vuole... agogna!
E non c' crudelt; non c' vergogna,
non umiliazione che lo freni!...
 malato!... Padrone, io me n'intendo!...
GIANNETTO.
Tu mi dici parole che s'imprimono
dentro il mio freddo cuore con orrenda
vanit. Per la prima volta io sono
pi forte di que' due; ma voglio bere
questa mia gioia pi che ne potr;
sono padrone ed ampiamente voglio,
a lungo, inebriarmi di dominio...
Inasprito con cento acuti pungoli,
beffato come un gobbo od un gozzuto,
mi sono illuso vendicarmi. Ed ora,
incominciata appena la vendetta,
s'io non fossi cos diaccio e serpigno,
chiuso sarei nella mia stessa rete.
FAZIO.
Ahim! Son due leoni che vi bramano!
Ustolan come cani alla catena!
E voi non ci pensate?!
GIANNETTO.
(Fisso, cupamente, lontano).
Tu non vedi
quello ch'io vedo!
FAZIO.
Io credo che sia meglio
scappare!
GIANNETTO.
Non potrei pi ritornare
in Fiorenza!
FAZIO.
Ma che volete fare?
GIANNETTO.
Giocare!
FAZIO.
Con la morte non si gioca!
GIANNETTO.
Non  la vita un gioco con la morte?
Vedi, come son fatto! Pi ne tremo
e pi mi piace il gioco. Deformato
mi sono, col terrore, come stelo
nell'ombra: pi s'affina e pi s'ostina!
In questa giostra io sento ora la vita
raccogliersi in un nodo di terrore
pi tenace de' serpi di Medusa.
Io voglio; io voglio che il perfido Neri
a me si raccomandi per piet,
che mi sorrida come si sorride
ad un pari, non disdegnosamente.
Io lo voglio; io lo voglio con furore,
altrimenti il mio nodo di terrore
lo pu strozzare disperatamente!...
FAZIO.
(Considerandolo).
Voi mi parete di quelle farfalle
che giocano coi lumi nell'estate.
Alieggiano e tremano e ti pare
che vogliano sfuggir la fiamma e invece
la cercano: la cercano e la fuggono,
la temono e la bramano e si bruciano
e muoiono pel gusto di temere....
GIANNETTO.
Hanno sul dosso i segni della morte!
FAZIO.
Ma non ho visto mai questo miracolo:
che una farfalla spengesse una torcia!...
GIANNETTO.
Una farfalla no; ma un vipistrello
S!....
(Dalla porta del fondo aperta si vedono scendere gi per la scaletta gli staffieri che recano Neri legato ad un seggiolone. Il dottore li segue. Hanno torcie perch la scala  buia).
FAZIO.
Giungono col pazzo!
GIANNETTO.
(Indica la colonna).
Avanti, qua!
NERI.
(Legato al seggiolone solidamente  posto dagli staffieri con le spalle alla colonna. Allora dice a Giannetto).
E fino a quando vorrai tu beffarmi,
o beffato da chi ti gener?!
GIANNETTO.
 legato a dovere?
DOTTORE
Fosse pure
Ercole non potrebbe districarsi.
NERI.
Va; va; chiama il signore di Fiorenza,
che ti tien mano, e digli che mi manca
un bavaglio soltanto sulla bocca,
e poi sono prigione.
GIANNETTO.
Via lasciamolo.
E facciamo venire quel messere...
(Fintamente).
Che Dio ci assista; mi fa proprio pena
il vederlo cos fuori di s.
(Canzonandolo).
Povero Neri!
NERI.
Vile! Orrenda bestia!
(Giannetto esce insieme con gli altri da sinistra. Neri rimasto un po' irrigidito s'accascia finalmente, mugolando come un cane mastino).
Al buio e incatenato! Maledetto!
Me lo merito! Ed ora tocca a lui!
Se non mi uccideranno! Ah; mio fratello!..
(Urlando).
Gabriello! Potessi tu sapere!
(Entra il Trinca).
Chi sei?
(Riconoscendolo, ride sgangheratamente).
Ah! Ah! Ridicolo caprone!
TRINCA.
(Impaurito d indietro).
Ah! mi schernisci? Allora non sei pazzo!..
NERI.
Ma, non caprone... coniuge rarissimo!...
TRINCA.
 proprio pazzo! Allora; avviciniamoci...
(S'approssima e studia i legami).
Prima di tutto, sei legato a modo?
Non rispondi? Non senti, eh?
(Dopo essersi convinto che  legato bene).
Par di s!...
Ah: finalmente son pi forte io!
Son pi giovane io; sono pi furbo!
E ti posso gridare, cane, cane!...
NERI.
Pecora!
TRINCA.
Dunque, tu mi riconosci?...
NERI.
Che vuoi, gaglioffo!?
TRINCA.
Ti vo' ricordare
quel che m'hai fatto; perch tu risani,
dice il dottore.... Per farti soffrire,
io dico, se ti resta ancora un po'
di sentimento, pazzo furioso!...
Vo' godermi di te, che sei legato,
innocuo pi d'un bimbo senza denti!...
NERI.
Come te!
TRINCA.
Dunque, un poco tu ragioni?...
Bene; meglio; cos mi sentirai...
Ed io ne' fori della tua ragione,
come un insetto avvelenato, il mio
dolore verser perch ti punga...
(S'accosta a lui e gli tocca il capo).
V'ha parte del tuo capo ancora intatta?
Tendila e intendi come sei ridotto...
Peggio d'un morto: scherno sei di tutti
e di me vecchio che pure offendesti
col tuo riso beffardo... Tu sei giovane
e forte... Che ti vale? Tu m'hai fatto
il peggio scherno che si possa fare
ad un uomo d'et, senza badare
ch'io mi fossi... Sapevi che la gente
mi stimava; che molto sopra i libri
m'ero indugiato, giorno e notte: ognuno
mi rispettava come si conviene...
Ma, sapienza  poco a un cuore giovane
ed io celata mi tenevo e cara
una ragazza... Intendi?... La rammenti?
Galatea, Galatea, ricordi;  vero?
 bella  vero?
NERI.
 bella e buona!
TRINCA.
S;
te ne rammenti... Tu me lo scopristi
quel mio segreto, quella mia lucente
gemma ch'io nascondevo perch il sole
co' raggi suoi non me la rivelasse...
Ti vedevo girare intorno a casa:
eri giovane ed io vecchio, infelice...
Ed a lei mi stringevo per piet,
invocando il suo cuore, ch'era buono.
Un giorno - ti rammenti di quel giorno? -
tornato a casa in un'ora diversa,
ti trovai che giacevi nel mio letto...
Oh; t'avessi potuto rovesciare
nel baratro che noi vecchi tormenta:
nel passato; ch' nero e che non rende!...
Oh; t'avessi potuto!.... E invece, come
un bambino, mi trassi verso il lato
pi scuro della camera tremando...
Allora tu ridendo, con la bocca
ardente de' cocenti baci suoi,
mi traesti dall'ombra e, come un capro,
mi legasti a quel letto, ad una zampa;
e, come fossi stato necessario
al tuo piacere, ingordo senza cuore,
tu mi tenesti ad ascoltar le risa
tue mescolate con quelle di lei
che avevi guasta fino nel profondo...
Mi scherniste e godeste di voi stessi
e della mia tortura senza nome!...
M'odi tu? Taci?... Dunque non capisci?
Se non ragioni, voglio che tu soffra
un poco,... un poco... Ho meco un pugnaletto
ch'era di lei....
(Lo trae dalla cintura).
Voglio che, per ricordo,
tu l'assaggi....
(S'avvicina per bucarlo).
Toh! Guarda...
(Glielo mette sotto gli occhi).
Buca: senti?!
(Lo punge senza affondare, sulle guancie).
NERI.
(Urlando).
No! no! No!
TRINCA.
Credi che ti voglia uccidere?
No, davvero! Mi piace ora vederti
cos ridotto. Voglio un poco pungerti...
NERI.
Bada, per Dio!
TRINCA.
Vo' vedere il tuo sangue!...
NERI.
Rompo le corde!
TRINCA.
Qui ti punger.
(Cerca configgergli lo stiletto nel braccio).
NERI.
Ahi! Mi fai male! Capra!... capra!...
(Con un urlo, sentendosi punto).
Ahi! Ahi!
(Alle grida di Neri entra il Dottore, Giannetto, Fazio, due Guardiani).
DOTTORE
Che accade?
NERI.
(Imprecando).
Maledetti! Maledetti!
DOTTORE.
Ahim! Ahim! Quest'uomo non gli giova!
TRINCA.
Ha proprio le dimonia!
DOTTORE.
Credo anch'io!
TRINCA.
Oh; state certi: se non  guarito
ora con me, non guarir mai pi!
GIANNETTO
(Motteggiando sempre col gesto e col riso ironico il povero Neri).
Allora; uscite voi!
(Rivolto a Fazio).
Entrino le altre!
(Fazio esce col Trinca e Giannetto sempre acerbamente motteggiando, dice a Neri).
Fratello, pazienza! Un altro poco,
ed  finita! Tutto pel tuo bene!
(Neri ringhia).
Anch'io ringhiavo proprio come te,
quando tu mi tuffasti dentro l'Arno...
E pure ancora vennero le busse!
Ed erano per beffa! Invece noi
si fa per il tuo bene!...
(Riappare Fazio conducendo le fanciulle: Laldomine, Fiammetta e Lisabetta).
Ah; sono qua!
Vedete il vostro valoroso amante
in che stato  ridotto... Consolatelo...
Vi lasciamo con lui...
(Agli altri).
Andiamo; andiamo!
(Gli altri escono. Alle donne).
Consolatelo il povero amadore:
 un po' spennato,  un poco rabbuffato;
ma voi ben lo potete ravviare:
se a pettinare un savio basta una,
tre non saranno poche per un matto...
(Le ragazze restano sole con Neri).
LALDOMINE.
(Dopo una pausa di maraviglia).
 dunque proprio pazzo, il poverino....
(Avvicinandosi a lui).
Neri, Neri!...
FIAMMETTA.
Messer mio traditore!
LALDOMINE.
Non risponde! Per me, sono commossa!...
FIAMMETTA.
Mi muove sempre l'ira il traditore!...
LALDOMINE.
Ha ingannato anche me... Ma che vuoi fare?
Vuoi chiedergli ragione, se non l'ha?
FIAMMETTA.
Ma, quando la ragione era con lui,
mi rovin.
LALDOMINE.
Ma tu sei sana e fresca
ed egli non potrebbe, anche volendo,
ora pi rovinarti.... Guarda l...
Egli  ridotto come un pecorone...
che ha smarrito la strada dell'ovile...
(Neri resta sempre immobile con gli occhi spalancati, fissi innanzi a s, patisce dolorosamente la sua pena).
FIAMMETTA.
Io non mi fiderei.
LALDOMINE.
Ed io vorrei
temere di fidarmi... per... fidarmi;
ch, quando non lo vedo, lo detesto;
se lo rivedo, ancora pi l'adoro...
E sono stata nei tuoi piedi anch'io...
FIAMMETTA.
Oh, la bestiaccia! E come prometteva
di sposarmi e di darmi una casetta
s come ha fatto invece alla Ginevra,
ch' pi astuta di noi ed ora gode
una casa con loggia e corte ed orto...
Ch'io non t'avessi amato mai!...
LALDOMINE.
Per me,
non mi pento di nulla...
FIAMMETTA.
(Che  andata proprio accanto a Neri).
Com' cupo...
 ben legato e non ci pu far male...
Pecorone!
LALDOMINE.
(Avvicinandosi anch'essa).
Tu sei senza piet!
FIAMMETTA.
Sono donna e, se amore mi conduce,
anche l'odio mi rode....
(A Neri).
Io faccio voto
che tu non possa pi riacquistare
l'uso della ragione: in questo modo
pi non ci tradirai...
LALDOMINE.
Povero Neri!
Chi maledice l'uomo maledice
la donna; ch, se gli uomini impazzissero,
le donne rimarrebbero sbranate!
 vero Neri?...  vero? Non discorri?...
Lisabetta, avvicinati... S;... guardalo!...
(Lisabetta, che  stata sempre nel fondo, s'approssima).
Tu s che puoi guardarlo con amore!...
Tu non sei stata sotto le sue grinfie...
L'adoravi in silenzio ed egli mai,
mai s'accorse di te, perci non sei
tradita come noi;... e c'invidiavi;
eri gelosa...
(Neri guarda Lisabetta, che si  avvicinata).
T'ha guardato... Toh!
Par quasi che capisca!
FIAMMETTA.
Ha ancora il fiuto
della preda! Non so chi mi trattenga
dal dargli col mio gomito sul capo!...
LALDOMINE.
Ahim! come sei vipera, Fiammetta!
Non ti muove a piet? Non vedi come
soffre? Non vedi come ha gli occhi dentro
l'orbita scuri e lividi, e le gote
infocate?....
FIAMMETTA.
Gi troppo lo conosco...
Cos sconvolto sempre m'era innanzi
quando mi amava, ed ora che il dimonio
gli s' chiuso nel cuore,  ancora uguale!
LALDOMINE.
 segno dunque che il dimonio e te
gli fan lo stesso effetto!
FIAMMETTA.
Io sono onesta
e mi dolgo.
LALDOMINE.
Feroce  l'onest!
FIAMMETTA.
(Irata).
 meglio se vo via!
(A Neri).
S; s; ti lascio
senza cavarti gli occhi... Traditore!...
(Si avvia).
LISABETTA.
Laldomine, vuoi tu lasciarmi sola
un momento con lui?...
LALDOMINE.
Se tu potrai,
resta pure, che noi andiamo via...
LISABETTA.
Ma, se verr qualcuno?...
LALDOMINE.
Dirai loro
che tu sei... come noi.
(Avviandosi).
Povero Neri,
io non ti so schernire... Ti compiango...
O Lisabetta, bada!...  furioso...
LISABETTA.
 ben legato!
LALDOMINE.
Addio!
(Entra Giannetto che dice a Fiammetta e Laldomine:)
GIANNETTO.
Dunque? E cos?
LALDOMINE.
Non ha detto parola.... Ora ci resta
un poco sola lei... Noi si va via!
(Giannetto scruta Laldomine).
Andate!.. Andate!...
(Le due escono. A Lisabetta).
Dunque; anche tu sei
vittima di quel nibbio?
LISABETTA.
No!... no!...
(Riprendendosi).
S!..
GIANNETTO.
Ed ora l'hai qui solo e ben legato...
 quello che tu avrai desiderato
per vendicarti... Vendicati!...  tuo!...
Io te ne fo presente... E non ti muova
a piet la pazzia;... ch la vendetta
 sempre dolce, anche se contro un morto...
LISABETTA.
(Fingendo).
Molto mi piacerebbe!... E perci chiedo
restar sola con lui...
GIANNETTO.
Ed io ti lascio...
(Guardando Neri e schernendolo).
Se non fosse il dolore che mi strazia,
io quasi quasi mi divertirei...
(Esce).
(Sono rimasti soli Lisabetta e Neri).
LISABETTA.
(A Neri con voce semplice, ardente).
Come mi piaci anche cos sconvolto!...
Se ti avessi baciato e ribaciato,
tu saresti cos, cos turbato,...
perch l'amore  pure una pazzia...
Lo so io; lo so io! Lo sa la mia
nonnina, con la quale ne parlavo.
Oh quanto amore! E non lo protestavo!
Quanto dolore! E non me ne avvilivo!..
Tu mi passavi accanto, come al rivo
coperto di ranuncoli e di mammole,
passa il torrente: canta e seco mormora,
e nulla vede; e il rivo in lui si specchia...
Sola la mia compagna, la mia vecchia
nonna, ch'ebbe un amore sfortunato,
a sperare, a sperare m'ha insegnato;
perch conosce come bella io sono
e quante grazie io porto, se mi dono.
Ella mi dice che son d'oro vivo...
La m'ha guardato mentre che dormivo,
perch della lucerna mi vergogno...
Fossi tu la lucerna! Che bel sogno
di luce che sarebbe! Ma tu invece
mi sei passato accanto e non m'hai vista,
sebbene tu m'avessi illuminata...
NERI.
S che t'ho vista; e sei di molto bella!
LISABETTA.
Si direbbe che hai la mente sana.
Povero amore! Dicon che tu sia
feroce; ma  pur bella la ferocia!
Noi deboli fanciulle altro non siamo,
che agnellette che tremano, nascoste
sotto l'arbusto della purit,
e che agognano d'esser divorate
da un magnifico lupo come te...
Guardami fisso!... Guardami!... Non puoi?
Non vedi nei miei occhi quanto amore?
(Neri resta immobile, impietrito, colmo di rabbia).
Mi chiamo Lisabetta, Lisabetta...
Non sapresti ripetere il mio nome?
Ah, nome mio detto dalle tue labbra!
E mai nessuno te lo insegner!
Io dir dunque il tuo, che lo so bene:
tante volte l'ho detto quante goccie
passano d'acqua in Arno, in una notte.
E lo so dire in infiniti toni:
piangendo, desiando: Neri!... Neri!...
NERI.
(Esasperato).
Ah, che tortura! Che tortura immane!
Io son Tantalo ed ogni cosa bella
che mi venne vicina era pur mia!
LISABETTA.
Tantalo!? Che parola strana  questa?
Ah, che offesa all'amore  la pazzia!...
NERI.
Io soffoco; io mi struggo di vendetta!
Fanciulla mia,... che cosa posso fare
per farti ben capire ch'io non sono
pazzo?!
LISABETTA.
(Come atterrita).
Ma tutti dicono di s!
Se tu non fossi, quasi ne sarei
atterrita... T'ho detto tante cose...
Ma, se fu fossi savio non potresti
dispregiarmi...
NERI.
Che cosa posso fare,
perch tu intenda che non sono pazzo?!...
LISABETTA.
Quel che puoi fare?
(Fra s).
- Che non sia davvero
O ch'io l'abbia guarito? - Che puoi fare?...
NERI.
Dimmi, dimmi; che tutto sapr fare!
LISABETTA.
Ebbene, allora, muta l'espressione
angosciosa dei tuoi occhi; e guardami...
guardami fisso, con occhi d'amore.
Allora, sar certa!
NERI.
Vien vicina.
(Lisabetta si avvicina).
Guarda: guarda: non vedi che mi piaci?
Non vedi che ti venero e ti adoro?
Ch tu sola hai potuto aver la fede
che impazzito non fossi!... Non ti basta?
Credi tu che se fossi pazzo avrei
desiderio di darti un bacio puro,
un bacio grato? No; ch la potenza
che dirige le cose ed agli spiriti
comanda non potrebbe mai concedere
a un folle di baciare la tua bocca;
siccome non concede al coccodrillo
che s'innamori dei fiori d'un pesco...
Avvicinati dunque, mio bel fiore
di primavera, che ti vo' baciare...
LISABETTA.
(Appressandosi).
Io tremo... Io tremo...
NERI.
No: no, non temere.
Ho sete anch'io... Berr sulle tue labbra...
(Lisabetta si getta su lui: si baciano avidamente).
LISABETTA.
(Dopo il distacco).
Tu non sei pazzo, dunque? E allora?!.... Allora?!...
Che t'hanno fatto?...
NERI.
(Riacceso d'ira, a voce bassa e rauca).
Quel che m'hanno fatto?
M'hanno beffato!... S; m'hanno tradito!...
LISABETTA.
Gli occhi tuoi ridiventano sanguigni
e cupi, come prima!...
NERI.
S, perch
un desiderio rosso di vendetta
 chiuso in me come una fiamma enorme...
 pi forte di me... S; pi di te;
perch non ti potrei di certo amare
prima di vendicarmi!
LISABETTA.
Oh, se potessi
aiutarti!...
NERI.
Se tu potessi darmi
il modo di fuggire o ch'io vedessi
il mio fratello, il mio caro fratello,
ti amerei come il musco ama la roccia,
come la mente adora i dolci sogni,
come il mare la terra: eternamente...
LISABETTA.
Ma perch mai, t'hanno cos ridotto?!...
NERI.
 Giannetto!... Giannetto,... il traditore,
che s' voluto cos vendicare,
e che m'ha preso quella donna mia,
che mi tenevo... La conoscerai?...
LISABETTA.
Oh, s; s; certo. Chi non la conosce!?
NERI.
Ma, poi amer te! Ma intanto aiutami.
Io lo voglio scannare Giannettaccio!
Non capisci? Legato come sono,
si permette qualunque siasi cosa,
ora con me. Non mi  venuto a dire
lui, lui, lui stesso come s' goduta
quella Ginevra che tu ben conosci?
Ed io non posso dir pi nulla ormai;
tutti mi credon pazzo; e c' il Magnifico
nell'ombra che tien mano alla faccenda,
e ride, ride come io mi burlai
di lui... Ah! Maledetta gente Medici!...
LISABETTA.
(Con accortezza).
Io penso, vedi, che, per liberarti
di loro ti convenga essere astuto
come sono i ragazzi in punizione...
Tu non hai, vedi, rimedio migliore
che di fingerti pazzo per davvero,
come se quella beffa che t'han fatto
t'avesse all'improvviso dato volta
al cervello...
NERI.
Sarebbero contenti
pi che mai!...
LISABETTA.
Ma ugualmente cercherebbero
di liberarsi della tua persona;
e, un poco inteneriti dal rimorso,
ti darebbero in mano al tuo fratello...
NERI.
No, perch sanno ch'egli  ben gagliardo
e mi vendicherebbe sul momento;
e Giannetto ha paura!...
LISABETTA.
Allora fingi
la tua pazzia nel modo che potrai
migliore ed io ti chieder a Giannetto
e gli dir di volerti guardare,
risentendomi ancora innamorata...
NERI.
 vero;  vero! Ma Giannetto trema:
vorr prima scappare e poi lasciarmi...
Ed io lo vo' pigliare!...
LISABETTA.
Eh, via!... Perdonalo!
NERI.
Ah, no! Piuttosto rester ne' ceppi
a penare in silenzio e a meditare
la mia vendetta, fino che non m'abbiano
liberato.
LISABETTA.
E tu allora sappi fingere;
ma non fingerti pazzo furioso,
bens mite e tranquillo. In questo modo
concederanno che ti porti via:
d'un pazzo ci si fida, quando  buono...
NERI.
E potr vendicarmi!?... Ah, Lisabetta,
chi t'ha insegnato mai tanta scaltrezza?
L'astuzia tua giunge nascostamente,
come il canto di un grillo dalla tenebra...
LISABETTA.
La donna, nell'attesa e nel silenzio
della sua casa, affina la sua mente
e la tempera al fuoco dell'amore...
Bada! Mi par che giungano... E tu fingi!...
Ed io far lo stesso!
GIANNETTO.
(Entra).
Voi parlate
con pace a quanto pare... Giovinetta,
che ti sembra del pazzo?
LISABETTA.
(Fingendo pianto e commozione).
Meglio assai
se non l'avessi pi rivisto!...
GIANNETTO.
(Ironico).
Ah; senti!...
LISABETTA.
Ha parlato, sapete; s, ha parlato;
ma come un dissennato.
GIANNETTO.
S?... Ti pare?....
LISABETTA.
Provate voi: provate a interrogarlo...
E non  furioso; ma quieto.
GIANNETTO.
(A Neri, con indagine).
Dunque, Neri?...
NERI.
(Fingendosi pazzo).
Chi sei che t'avvicini?
Un elefante con la torre addosso?...
Come sei grande!... Tu mi fai paura...
Io sono un moro! Vo' vedermi il viso!
Dammi lo specchio!
LISABETTA.
Uditelo, messere,...
il poverino...
GIANNETTO.
(Fra s).
Che garbuglio  questo?!
(Si presentano il Dottore e Fazio; gli staffieri giungono poi).
Entrate, entrate, domine magister!
DOTTORE.
L'esperienza  riuscita bene?
GIANNETTO.
Ottimamente!
DOTTORE.
Io lo sapevo gi!
Oh: si vede dal viso: s' addolcito;
le gote son distese e l'occhio  timido.
Il dimonio ha lasciato la sua carne!..
NERI.
(Fingendo sempre d'esser pazzo).
La carne, il pane, il vino e l'insalata:
una carezza, un bacio e una pedata...
DOTTORE.
Udite: come scherza goffamente:
se non  risanato, poco manca!
GIANNETTO.
Vi pare?...
NERI.
Io sono un moro
(A Lisabetta).
e tu sei bianca;
se tu mi sposi, nascer un dottore
color di camomilla...
DOTTORE.
 sempre pazzo!
Ma le dimonia son fuggite via!
NERI.
Ahim: chi mi fa male? Ho tanto male;
e sar buono: sar buono buono...
Tu sarai mio maestro e mio pedante...
DOTTORE.
Ahim; che fa piet!
LISABETTA.
(Piange).
FAZIO.
Padrone mio,
non vi sembra che sia proprio impazzito?
GIANNETTO.
Taci!
NERI.
(Al quale sta vicino il Dottore).
Ah: ch'io veggo l quell'arcipresso!...
E com' tutto bello e pennacchiuto!...
Ci batte il sole e sta presso una tomba...
Il mio caro fratello... Il mio fratello...
Io sar buono... sar buono... buono!...
Che dici tu? Che mi gastigheranno?
Ma sar buono io; come Giannetto....
LISABETTA.
(A Giannetto).
Messere, non l'udite: fa piet.
FAZIO.
(A Giannetto).
Ah, padron mio! Che cosa abbiamo fatto!
GIANNETTO.
(Con intenzione).
 vero: mi fa pena!
DOTTORE.
Io penso, adunque,
che quando i pazzi sono giunti al punto
che nessuno molestano, si possano
anche disciorre, e dare a custodire
ai lor parenti.
LISABETTA.
Ei non ha pi parenti.
Il suo fratello  a Pisa.
GIANNETTO.
(Con intenzione).
E sar bene
che vi resti!
LISABETTA.
Per questo io vi domando
di poterlo condurre a casa mia.
Voi sapete in che modo io son legata
a lui. Per questo n'ho grande piet...
Lo porter con me nella mia casa,
insieme con la nonna mia che aspetta...
Fin che non torni a prenderlo il fratello...
 mansueto e buono come un bimbo.
GIANNETTO.
(Con astuzia e timore).
Ah, tu credi?...
LISABETTA.
Son certa!
GIANNETTO.
(Con fermezza).
S'egli  pazzo,
rester in questa casa! In casa Medici
non si patisce!
NERI.
(Con un moto subito represso).
Ah, vile!... Mi fai male!...
Io sono buono...
GIANNETTO.
Lo vedete? Ancora
ha fatto un moto che non rassicura...
Io giudico perci non sia prudente
lasciarlo a queste mani cos tenere...
(A Lisabetta e Neri).
Voglio invece parlare ora con voi.
(Al Dottore e agli staffieri).
Voi altri uscite, poi vi chiamer.
(Quando sono usciti tutti, tranne Fazio, Lisabetta e Neri).
Ragazza, tu ben sai che non  pazzo.
Egli finge, e capisco perch finge.
Egli crede che noi, considerandolo
cos impazzito, per opera nostra,
non potremmo tenerlo pi legato...
Non  vero, ragazza? dimmi il vero.
NERI.
Io non fingo: io non piango; ma un boccone
m' rimasto a traverso la mia gola:
io mi sono ingollata la mia rabbia.
LISABETTA.
Ma non udite, voi?  pazzo:  pazzo!
 come prima; ma non furioso.
GIANNETTO.
(Parlando ora con tono umile e pentito che diventer poi anche disperata preghiera).
Non dubitare che s'egli  sanato,
e giura di lasciarmi in pace, subito
io lo liberer: si far pace;
e sar stata burla contro burla.
Neri, m'intendi? Abbi piet di me!
Tu m'hai schernito tanto, ed ho voluto
farti vedere come possa un debole
anche valere. E ora sia finita!...
Parlami, Neri. Ed anche tu,... consiglialo.
(A Lisabetta).
NERI.
Il gatto fa le fusa nel fornello.
Accendi il fuoco e serra lo sportello!...
LISABETTA.
La vostra burla dunque l'ha ridotto
cos fuori di mente!...
GIANNETTO.
Non  vero!
E tu lo sai, fanciulla. Via, consiglialo...
LISABETTA.
Meglio  piuttosto che lo disciogliate
e l'affidiate a me perch'io lo porti
fuori degli occhi vostri vergognosi!...
GIANNETTO.
O Neri, Neri: via; facciamo pace!
NERI.
Ma perch mi fai male? Io sono buono...
GIANNETTO.
Vedi, Neri: la celia  come un gorgo
che travolge chi scherza con il fiume...
Non trascinarmi gi con teco insieme...
Chi sa chi rester gi gi nel fondo!...
Non insistere, Neri! Basta!... Basta!..
NERI.
S; volevo tuffarmi gi nel fiume;
ma c'era un pesce rosso che guardava...
e pareva una fiamma sanguinosa...
LISABETTA.
(A Giannetto).
Su, via; messere: siate persuaso!...
GIANNETTO.
(Non badandole; sempre rivolto a Neri).
Neri, Neri, ho paura e chieggo scusa!
Ho paura di te, come di me!...
Non finger pi: pace! Sia fatta pace!..
NERI.
No: le fiamme di sangue non si spengono
nemmen coll'acqua: ci vuol foco vivo.
Ti piace il fuoco?...
GIANNETTO.
(Disperato)
Neri! Neri! Neri!
NERI.
Le nuvole ti piacciono a mangiare?
Uno mangi una nuvola e divenne
un re...
GIANNETTO.
Rifletti ancora; perch io sono
deliberato a tutto; perch t'odio...
e un vile come me non bada a nulla.
Ed oramai  tempo ch'io ti sciolga:
sento che devo scioglierti perch,
quanto pi resti, pi t'imbestialisci.
Perci ti sciolgo e per l'ultima volta
ti chieggo pace; e se non acconsenti,
debbo pensare invero che sei pazzo!...
NERI.
Dammi, ti prego, un grappolo di stelle...
Si pigliano cos: come le mosche...
GIANNETTO.
(Fremente e tremante va verso la porta, l'apre e rivolto a quelli che attendono:)
Scioglietelo! E che sia quel che si vuole!..
(Entrano il Dottore e quattro staffieri).
Aspettate: mi par che siate pochi.
Conosco l'uomo: chiamate altri quattro.
(Uno staffiere esce e torna subito con altri quattro).
NERI.
(Alla gente che gli si  avvicinata).
Oh, quanti siete! Anch'io verr con voi!
Una canna! Ch'io sono un pellegrino!...
(Lo sciolgono).
GIANNETTO.
(A Fazio, tremando).
Fazio mio; Fazio mio; ora lo sciolgono...
FAZIO.
Non dubitate non vi toccher;
(Stringendo il suo pugnale).
perch lo colpirei a tradimento.
E poi;  pazzo.
GIANNETTO.
(Con ironia).
Ah: tu lo credi, Fazio!
(Neri  gi quasi liberato. Appena gli sciolgono le braccia, si avvicina i polsi alla bocca).
NERI.
(Goffamente).
Ho fame!
(Sbadiglia).
LISABETTA.
(Gli va vicino).
Poverino!
NERI.
Chi sei tu?
Gabriello? Anche tu sei pellegrino?...
LISABETTA.
(L'abbraccia fingendo commozione).
Oh, che piet mi fai! Levati su!...
(Neri si alza e incomincia a camminare).
Vieni. Sei tu capace di seguirmi?...
(Gli prende la mano e lo conduce).
NERI.
Io sono buono! Sono un pellegrino...
LISABETTA.
Vedete: che mi segue come fosse
un pargoletto... Adunque, accompagnateci
fino alla casa.
GIANNETTO.
Presto! Accompagnateli
fino alla porta; ed uno poi li segua...
(Si avviano. Ma Giannetto li ferma con un gesto disperato come di chi prende una suprema determinazione).
Ma; prima, una parola ancora!
(S'accosta tremando a Neri. Fazio lo segue).
Neri!
So che tu fingi! Vorresti gettarti
sopra di me, finirmi; ma, siccome
sai che costoro ti rilegherebbero,
tu non ardisci e simuli il tuo gioco...
NERI.
Vuoi venire con me? Piglia una canna!...
GIANNETTO.
(Con sottile finzione ed astuzia).
Povero Neri!... Tu sei dunque pazzo!...
Povero Neri! Tanto mi addolora,
che non oso anche crederlo, e di fatti
ne voglio fare un'ultima riprova.
Senti: stasera io me n'andr di certo
in casa di Ginevra, all'ora solita.
E se tu ci sarai, allora ammazzami!...
Io certo ci sar: sai come sono:
il pericolo  il mio pane e il mio vino...
Mi tremano le gambe, se ci penso;
Ma ci sar! Se tu sei pazzo, certo
non ci verrai ed io ti far dono,
per la piet che ancora mi rimane,
d'una notte d'amore... Se non sei,
vi trover la morte... Ma verr;
perch Ginevra adoro sopra tutto,
e, senza lei, la vita, che mi giova?...
Gioco tutto per tutto!... Ma tu, bada,...
se hai ancora senno, usalo bene;
ed aguzzalo e tendilo!... Difenditi!...
NERI.
(Andando via condotto da Lisabetta, preceduto da tutti gli altri, mentre Fazio resta con Giannetto).
Io sono un pellegrino... e vado... vado!...
(escono).
GIANNETTO.
(Disperatamente).
Va, va'; corri; precipita! Qualcosa
di rosso, che ti chiama, c' nel fondo...
Mi vuol morto; mi vuole straziare
col suo gusto di lupo!... Mi rammento
delle due belve, quando quella sera
non erano mai sazie! Ah; cosa brutta,
se la fai con ardore,  bella e splende!...
E come? Mentre io sono sopra l'orlo
d'una rupe, se alcuno mi vorr
toccare solamente, perch'io cada,
non mi difender? Quanto pi tremo,
pi m'attacco alla vita, ch il pericolo
e lo scherno abbelliscono la faccia
bruciacchiata dal male. Io sono lieto,
Fazio mio, perch stringo fra le dita
un filo fine fine, e ne vo' fare
un nodo come fosse della morte!...
FAZIO.
Ma non andrete certo questa sera
dalla Ginevra... Non mi par prudente!
GIANNETTO.
Appunto, Fazio mio, s che ci andr!
FAZIO.
Ci andrete?
GIANNETTO.
Certo: e mi accompagnerai!
FAZIO.
Vergine santa! Fate che quel pazzo,
se non  pazzo, subito impazzisca
e con lui suo fratello Gabriello...
che voi, messere, gi dimenticate!...
GIANNETTO.
Oh, no; no; Fazio, un uomo come me
non dimentica chi l'ha minacciato
di morte!...
FAZIO.
Dunque, ve ne ricordate?!
GIANNETTO.
Me ne ricordo, e per questo son lieto;
ed il mio riso taglia, taglia fino...
(Convulsamente).
Fazio, guarda, mi seggo sulla seggiola
di Neri, guarda, Fazio... e rido... rido...
E stasera ander dalla Ginevra!
Che c' pur festa d'amore e di morte!...
Stasera me n'andr dalla Ginevra!...
CALA LA TELA.

 ATTO QUARTO.
La stessa scena del secondo atto.
 notte.
Dopo una pausa Ginevra esce dalla camera e va verso la porta di sinistra.  coperta con una veste da camera leggerissima e gialla, che fa quasi lampeggiare il suo corpo bellissimamente formato. Le sue chiome abbondanti sono sciolte. Ella tiene in mano uno specchio d'argento.
GINEVRA.
Cintia, Cintia! Che c'era?
CINTIA.
(Giungendo dalla porta di sinistra).
Mi pareva
d'aver sentito scotere il portone;
ma nel cortile non c'era nessuno...
GINEVRA.
Ahim, ch'io vivo sempre con terrore
che non torni quel tristo Gabriello!..
(Siede languidamente sulla cassapanca presso alla porta).
Sono Stanca stasera; e non ho sonno!
Questo maggio mi langue per le vene:
la sera  bella e mi vorrei svagare.
CINTIA.
Messer Giannetto giunger fra poco...
GINEVRA.
Via; finiscimi presto d'acconciare.
CINTIA.
(Cintia le prende le chiome; le ravvia, le dispone in ordine; ne compone un gran cerchio di trecce, simile ad un fiore opulento, sul capo gentile).
E, se, infine, tornasse Gabriello?...
GINEVRA.
Cintia, ma che di' tu?
CINTIA.
Se ritornasse
e' sarebbe cotanto innamorato
che, bench fiero come suo fratello,
voi non lo temereste...
GINEVRA.
Non lo credere!
CINTIA.
Ah! L'amore rianima noi donne;
ma gli uomini deprime. In fine io penso
che noi povere donne abbiamo un solo
momento adatto alla vittoria contro
gli uomini: quando sono innamorati!
Ecco perch quelle di noi che sanno
il vivere non s'innamoran mai!
GINEVRA.
Certo: sarebbe bene.
CINTIA.
Cos !
Nemmeno voi, mia padroncina bella,
vi siete ancora veramente accesa:
e voi farete strada, nella vita.
Quel che preme  potersi innamorare
tanto da poter dire all'uomo: io t'amo,
senz'arrossire.
GINEVRA.
Tu sei fina, Cintia...
CINTIA.
Se fossi voi, vorrei pigliarmi gioco
di tutti questi amanti e vorrei fare
un tale incanto tessuto di grazia,
da diventare come una regina.
Ed anche Gabriello non vorrei
che se n'andasse cos impermalito;
dovrebbe far la pace con Giannetto;
e in premio avrebbe un po' dell'amor mio,
ossia del vostro.
GINEVRA.
Tu non lo conosci,
com' feroce Gabriello! Il pazzo
non  peggio di lui!
CINTIA.
Ma con le vostre
fattezze e il vostro corpo e il vostro garbo,
non c' ferocia che resista! Basta
che, dai lenzuoli dove siete avvolta,
voi mostriate, non dico il collo o il seno,
che Dio ve lo preservi da fattura,
cos fresco com'; ma un piede solo,
uno dei vostri piccoli e lunghetti
piedini bianchi bianchi e ben curati,
con le dita che son d'avorio schietto,
sottili e lunghe, e con l'unghie di vetro
appannato su petali di rosa...
GINEVRA.
Oh, Cintia, tu mi parli in poesia!...
CINTIA.
Non son parole mie, madonna, sono
certi motti che spesso mi ripete,
quando parla di voi, uno dei vostri
amatori, che stringemi ogni giorno
sempre di pi, perch lo raccomandi
a voi; ma senza ch'io l'ascolti. Infatti
 un giovinastro di quelli che cantano
in rima, ed ora sempre canta il maggio,
la sera, coi compagni, per le strade;
ed hanno le mandle e le ribeche.
GINEVRA.
 un giovane gentile?
CINTIA.
S; ma senza
pecunia: vale per quello che dice;
ma quello ch'egli dice io me lo imparo;
e cos glie lo rubo, e ve lo dono.
GINEVRA.
Come quei complimenti che m'hai detto!...
Ho sentito.
CINTIA.
Di certo questa sera
passer dalla strada coi compagni;
cos m'ha detto; ed appunto per voi
e' canteranno il Maggio.
GINEVRA.
Sentiremo!
Ed apri allora la finestra; ed entri
la luna e il canto che mi piaccion tanto...
CINTIA.
(Che ha finita l'acconciatura).
S, madonna! Ecco:  bell'e preparata!
(Si avvia verso il fondo: apre la finestra, un raggio di luna entra ed illumina la porta di sinistra).
GINEVRA.
(Dopo un poco).
Ascolta; ascolta! Senti che rumore!
CINTIA.
 vero, s! Che c'?
(Si apre improvvisamente la porticina di destra ed entra Neri ancora in pessimo arnese, ma col suo mantello verde).
NERI.
Son io! C' il pazzo!
CINTIA.
Ah! Madonna!
NERI.
Se tu rifiati appena,
vedi, son tanto pazzo, ch'io ti sgozzo.
Va intanto nella tua stanza, di l...
(Cintia si avvia).
Aspetta! Dimmi: c' nessuno in casa?
Bada: se menti,  finita per te.
CINTIA.
Nessuno; tranne noi, povere donne;
e madonna che trema; non vedete?
(Indica Ginevra).
NERI.
Vattene!
(Cintia esce).
(A Ginevra).
Ah, tremi, dunque? Cortigiana!
(L'afferra per le braccia).
Ma perch tremi, se mi credi pazzo?
I pazzi sono buoni,... ed  dei savi
la cattiveria e la ferocia. Ed io,
per farti persuasa che son savio,
sar crudele.
GINEVRA.
No: ch'io non ho colpa.
Ma fui tradita; fui tradita...
NERI.
S;
lo so; ma questo petto e queste braccia
hanno serrato il mio peggior nemico:
sono macchiate e bisogna lavarle!
Non perch t'ami pi; ma per l'amore,
per l'amore tradito di soppiatto...
E quanto mi piacevi! E questo seno
e queste spalle appunto eran l'altare
dell'amor mio!... Gli altari dell'amore
si lavano col sangue di una vittima!...
GINEVRA.
(Atterrita).
No! No!
NERI.
(Freddo e crudele).
Bisogna spezzare l'altare,
allora!... Scegli! O lui fra le tue braccia -
l'aspetto, sai? ch tutto ho immaginato -
o tutt'e due; ma uno dopo l'altro!...
GINEVRA.
(Atterrita).
No; per piet; ch'io sono donna e sai
quanto amore t'ho dato.
NERI
E te l'ho reso
ad usura! T'ho dato una tua casa
e belle vesti... E venivi dal nulla.
E mi hai tradito...
GINEVRA.
No!
NERI.
Zitta! Son sordo
ad ogni tuo lamento! Dimmi, presto:
Quando Giannetto torna, dove sei?
Qui ad aspettarlo, oppure nel tuo letto,
come con me, quand'ero tuo padrone?
GINEVRA.
Nel mio letto.
NERI.
E la casa  tutta spenta?
E, qui, c' la lucerna?
(Indica la cassa).
GINEVRA.
Come prima.
NERI.
Avviati a letto! Sei bene agghindata
ed odorosa: gi pronta ad accoglierlo...
Sei bella per morirti nelle braccia!...
Quasi quasi lo invidio...
GINEVRA.
No; ma tu...
non farai quel che dici! Io non andr!
NERI.
Ma tu non ami gi nemmeno lui!...
E per questo anderai, n potrai scegliere,
se vuoi rimaner viva.
GINEVRA.
Ah! che terrore!
Io non voglio! Io non voglio!
NERI.
Femminetta,
senti, non grider: se tu non vuoi,
ti ci distendo morta, sopra il letto...
E quando vorr stendersi al tuo fianco,
Giannetto creder che tu abbia freddo...
GINEVRA.
(Atterrita).
No!
(S'avvia tremando).
NERI.
Bada bene di non dir parola
e di non lamentarti. Non si scampa!
Secondo le minacce che m'ha fatte
io penso che verr forse con molti
armati; e crederanno di colpirmi...
Io mi nasconder l nella camera,
dietro la tenda;... e quivi aspetter.
Quando Giannetto sar ben sicuro
che non ci sono,  cos vile, il cane,
che vorr rinfrancarsi accanto a te,
nel tepore dei lini e della carne...
Ed allora uscir!...
GINEVRA.
(Fa un gesto disperato come di chi vuol parlare).
NERI.
Zitta! Va l!
(Ginevra entra atterrita nella camera).
NERI.
(Chiamando).
Cintia!
CINTIA.
(Giunge subilo da sinistra).
NERI.
Ascoltavi? Dunque, avrai capito!
CINTIA.
Nulla!
NERI.
No! Tutto! Se ti venga fatto
di dire una parola o fare un gesto,...
raccomandati a Dio! Ed ora, a letto!
N levarti qualunque cosa accada!...
(Cintia esce tremando).
NERI.
(A Ginevra che  nella camera).
Ehi, tu! Prima d'entrare sotto i sacri
lenzuoli, metti la lucerna al posto!...
(Riappare Ginevra e mette la lucerna sulla cassa presso l'uscio di camera e poi rientra).
NERI.
(Dopo una pausa, si avvicina ad uno stipo a sinistra: lo apre, ne toglie un pugnale. Poi, dopo aver per un momento ascoltato, entra nella camera anche lui)
(Si sente avvicinarsi nella strada una brigata di cantori. Indi una voce, sotto le finestre, canta).
CANTORE.
"Canzone di Maggio".
Tornato  Maggio,
dopo lungo viaggio...
(Un accordo di viole).
Venuta  primavera
e ognuno s'innamori:
quando scende la sera,
s'intreccino gli amori,
che gli assetati cuori
tutti disseta il Maggio...
(Un accordo).
Venuta  la frescura
della notte serena;
ogni bella  sicura,
se ad amor s'incatena,
perch la notte  piena
sempre di stelle, il Maggio.
(Accordo di chiusa).
(Il cantore, finita la strofa, si tace, per una lunga pausa. Dalla porta di sinistra, illuminata prima dalla luna, appare la figura di Fazio. La stanza  rischiarata appena dalla lucerna che  sulla cassa. Fazio si inoltra curvo, teso tutto nell'ascoltare. Quando  in mezzo alla stanza, ecco richiamarlo Cintia, con voce affannata).
CINTIA.
 l!  l! Che non venga Giannetto!
FAZIO.
Chi?
CINTIA.
Messere; Messer Neri! Avvertite
Giannetto; e non traditemi! Fuggite!...
FAZIO.
(Andando verso lei, dopo aver cavato il pugnale).
Ma dov'?
CINTIA.
Nella camera nascosto
ed aspetta d'uccidere Giannetto...
A voi mi raccomando, per piet!...
(Esce).
FAZIO.
(Esita un poco quindi ritorna via dalla porticina di destra).
(Ricomincia l'accordo e poi il cantore).
CANTORE.
 soave svegliarsi
dopo notte amorosa;
n bisogna destarsi
per nessuna altra cosa
che non sia gaudiosa:
tempo d'amare  il Maggio.
(Appare sulla, porta di sinistra e poi s'inoltra un uomo coperto con un manto rosso di fiamma. Attraversa la stanza; lascia il lume al suo posto; entra nella camera. Il cantore ricomincia subito)
Ben sia dunque tornato
il buono viatore
sempre pi innamorato:
e ogni bella il suo cuore
si tolga con ardore
e lo regali, il Maggio...
(Il Cantore si tace. Un ultimo accordo che si allontana. Una breve pausa. Fazio riappare e si pone in ascolto. Passano pochi istanti. Si sente improvvisamente un doppio urlo d'uomo e di femmina. Fazio sparisce rapidamente)
NERI.
(Di dentro la camera).
Tu ci sei nella bara, Giannettino!...
(Sul limitare della porta).
Se non sei morto e se non morirai,
ricordati di me, di Neri, il pazzo!...
Con una risata feroce, si avventa verso la porta di sinistra per fuggire, col suo pugnale sanguinoso in mano. Quand' presso al limitare, illuminata dalla luna, comparisce la rigida figura del pallido Giannetto. Neri si ferma di schianto; indietreggia; gli cade il pugnale; balbetta; afferra la lucerna; si avvicina a lui che s' inoltrato nell'ombra).
NERI.
Sei tu!?
GIANNETTO.
(Tremando nella sua vendetta, con uno sforzo supremo, sepolcrale).
Sono io! Chi credi aver ucciso?
Tu ti sei vendicato troppo presto
e Ginevra non ha un amante solo!...
Oggi un altro voleva vendicarti
e mi voleva uccidere; per
meglio della mia morte gli piaceva
giacersi anche una volta con Ginevra,
l'agognava da tempo,... la bramava...
E allora, per salvare la mia vita,
gli ho detto: Ebbene; t'insegner il modo
di andare fino a lei, s come io feci!
E cos gli ho prestato il mio mantello,
s come io presi il tuo. Egli ha tradito,
in questo modo, uniti, e me e te.
Ma tu mi hai vendicato e l'hai freddato
fra le braccia di lei.
NERI.
Dimmi!... Chi era?
GIANNETTO.
Non l'indovini, dunque?!
NERI.
No; no! Parla!...
GIANNETTO.
(Feroce).
Tu l'hai ucciso - che pi non respira -
ed era tuo fratello!... Gabriello!...
NERI.
(Disperatamente).
No!... No!...
GIANNETTO.
(Con intenzione suggestiva).
Se non sei pazzo ancora,... vai
a vederlo!...
NERI.
(Si avvia inebetito, con la sua lucerna in mano, il volto disfatto, l'occhio enorme, preso dalla curiosit terribile; entra nella camera).
No! No!
GIANNETTO.
(Accompagnandolo con la parola, quasi lo spingesse con una spada).
Va, dunque; vai!
E serba la ragione, se tu puoi!...
FAZIO.
(Che  stato sempre nell'ombra presso il limitare della porta, comparendo entro il raggio della luna).
Fuggiamo;  tempo!... Padron mio, fuggiamo!...
NERI.
(Dentro la camera d un urlo orrendo.)
FAZIO.
Fuggiamo; udite, quel che avete fatto!
Fuggiamo!
GIANNETTO.
No! sono inchiodato al male!...
NERI.
(Si sente sghignazzare nella camera).
GIANNETTO.
Oh, Natura, tu fammi almeno piangere,
per lo strazio di non poter sentire
il male che ho commesso... Eccolo! Giunge!
(Si rincantuccia verso la porta, presso il raggio lunare. - Fazio  fuggito).
Mi uccide!... Non mi uccide!... Non potr!...
NERI.
(Esce dalla camera impazzito, recando fra le mani il mantello rosso di fiamma che copriva le spalle di Gabriello).
Lisabetta, piccina mia, vendetta...
Dove sei, ch'io ti cerco?... Dove sei?...
(Procede barcollando verso il nulla).
CALA LA TELA.
FINE.

 APPENDICE.
Dal Nuovo Giornale di Firenze, 8 maggio 1909.
 L'ARTE POETICA DI SEM BENELLI
Tutti coloro che hanno ascoltato la Cena delle Beffe con una certa attenzione, oltre che all'interesse drammatico, alla forma letteraria, si sono accorti certamente che il dialogo in versi di Sem Benelli  di una scorrevolezza fluidissima, n mai presenta sacrificata ad alcuna esigenza metrica o ritmica la regolare e piana costruzione del discorso. Il quale pure si svolge agile e snello, seguendo fedelmente il pensiero o la passione in ogni suo grado, dal comune al sublime.
Tutti hanno avvertito la gradevolezza musicale e la facilit melodiosa di quella poesia - facilit non volgare di ritmo martellante ma velata anzi, quasi discretamente in un ritmo largo e ampio; avvertire questa differenza dalla consueta poesia drammatica  pi facile che afferrarla; e spiegarla in modo chiaro  ancor pi difficile impresa, specie per un profano di tecnica poetica qual io mi sono. Pure credo che possa interessare il pubblico, sapere che la sua sensazione di piacere nuovo nell'ascoltare il dialogo in versi del Benelli, non  fortuita, per esser dovuta soltanto alla felice ispirazione del poeta, ma deriva da un modo di fare i versi che il poeta ha cercato e trovato, apposta per il teatro, e ha fatto proprio, allo scopo di ottenere precisamente quell'effetto che ha conseguito.
Sotto questo punto di vista le opere drammatiche in versi di Sem Benelli lo costituiscono novatore della poesia drammatica italiana, per il titolo di un'invenzione tecnica degna della pi seria considerazione.
Egli ha infatti perfezionato e rinnovato l'endecasillabo sciolto pel dialogo drammatico, come un artefice insigne avrebbe potuto modificare ingegnosamente un arnese dell'arte sua, per trarre nuove bellezze dalla materia greggia dell'arte medesima. E questo ha una importanza letteraria e pratica immensa, in quanto pu essere il punto di partenza di una vera rivoluzione nella poesia del teatro italiano, gi dibattentesi fra gli endecasillabi stecchiti dell'Alfieri, ancorch ringiovaniti dal Cossa, i martelliani del Giacosa e del Martini, ormai trapassati, e i polimetri, per tanti rispetti preziosissimi, della Francesca del D'Annunzio.
Il Benelli ha snodato e rotto il ritmo dell'endecasillabo, ricomponendolo poi, per uso del teatro, secondo un criterio nuovo ingegnosissimo, che lo ha agevolato e sveltito e reso magnificamente adatto al dialogo drammatico - e straordinariamente piano per la recitazione.
...
Per solito, al teatro, i poeti si preoccupano assai che i versi "tornino"; ben pochi e rari si dan pensiero che "torni" anche il discorso - a meno che non stia esattamente in un verso tutto o parte - s che sia chiara e spontanea la frase, e limpida la sintassi, e non artifiziosa la costruzione grammaticale - e non asmatica n singhiozzante la punteggiatura.
Inezie!... ma inezie che indicano e differenziano i criterii d'arte dei singoli autori, e li avvalorano. Il criterio di Sem Benelli, nella poesia drammatica,  limpido come il suo verso; e nuovo o sapientemente rinnovato che sia questo criterio, o molto accortamente sviluppato da forme di poesia teatrale oggi in disuso - esso  tale, indubbiamente, da imprimere un suggello proprio personalmente all'opera sua.
 forse questo il segreto della piacevolezza semplice e serena dei suoi dialoghi comici, e dell'interesse vivissimo e facile dei suoi dialoghi drammatici? Non  certo il solo segreto, questo, ma  di sicuro uno dei segreti, e dei vanti migliori, dell'arte di Sem Benelli. Non so che altri l'abbia ancora notato; perci mi piace indugiarmi a considerarne l'essenza.
Troppo ci ha oppresso il respiro, al teatro, strillata e guaita la poesia saccente e rimbombante, che ha i fiati corti.... undici sillabe, per non sentirci allargare i polmoni a questa folata d'aria fresca e paesana, che spira da una poesia "allenata" a flettersi docile, facile e schietta ai pi var moti del pensiero e dell'animo.
Io non amo i confronti, non soltanto perch li ritengo spesso inutili, ma anche perch ognuno sa, quando vuole, farli da s; e poich non amo neppure nascondere nella lode a Tizio il biasimo per Cajo, circoscrivo il mio discorso modesto all'argomento.
...
Come e perch la forma letteraria del dialogo "benelliano" ha la scioltezza della prosa e la musicalit della poesia? Per un procedimento metrico assai semplice e uno studio di tecnica - letteraria e poetica - che pu parere perfino ingenuo, tanto  primitivo. La materia greggia, astratta, sulla quale opera l'ingegnosit del poeta -  l'endecasillabo sciolto.... ma sciolto non gi dalle rime soltanto, bens anche da alcune convenzioni grammaticali di valutazione sillabica, opportunamente sostituita da un criterio di valutazione non grammaticale, ma potrebbe chiamarsi psicologico, criterio che trova la sua pi naturale applicazione nella forma letteraria - il dialogo - dalla quale deriva appunto il suo valore, e quindi al teatro.
Tutti sanno che in italiano le sillabe sono spesso variabili di valore, secondo una legge fonica specialissima: quella che determina l'accento della parola nel discorso - accentuazione di pensiero, di intenzione, di significato affatto indipendente da quello del verso, e della quale il poeta si giova talora, a bella posta, a comodo e ad arbitrio, nella ritmica.
Il Benelli ha pensato di distruggere questa indipendenza normale, cercando di combinare e "armonizzare" fra loro le due accentuazioni e non pi ad arbitrio, ma attribuendo un valore ritmico all'accento drammatico; ci che si ottiene col far coincidere sempre - e nei limiti rigorosi segnati dalle leggi sugli spostamenti degli accenti nel verso - questi accenti ritmici, oltrech con gli accenti grammaticali, secondo la legge immemorabile della poesia italiana, anche con gli accenti del discorso.
Ne consegue che gli accenti di ogni verso cadono sulle parole accentuate della frase: cosicch i versi si adattano al pensiero, e non gi il pensiero ai versi, e lo seguono, secondo la fonetica della frase, e non pi soltanto secondo quella di ogni singolo verso, non altrimenti di una prosa. Senonch, se i versi sono esatti, il loro rigido ritmo vieta al discorso di essere prosa: e la musica che  dentro di loro lo domina, e il ritmo non appare pi soltanto quello delle undici sillabe ma si allarga e si complica - quasi in contrappunto - su quello pi ampio e pi forte di ogni frase, creando strane, nuove e inaspettate armonie.
Gli spostamenti degli accenti nell'endecasillabo sono regolati da leggi rigorose: non sarebbe stato quindi, come non  mai, possibile affrancarne il verso: solo la libert delle spezzature e la varia valutazione delle sillabe, secondo le figure metriche lecite, erano possibili. (E va notato, perch molto grave, che una volta che si consideri la poesia drammatica non pi verso per verso, ma frase per frase, discorso per discorso, le possibilit delle figure probabilmente si moltiplicano in modo quasi incalcolabile). Ora, tanto le spezzature quanto la valutazione sillabica non sono e non possono - e non devono, nella poesia drammatica - essere arbitrarie, poich in natura esiste qualcosa che le determina - e questo qualcosa  precisamente l'accentuazione del discorso..., con quegli accenti del pensiero, dell'intenzione, della intonazione, della passione, che appoggiandosi sulle parole si trovano ad abbreviare o allungare le sillabe, a elidere o contrarre le vocali consecutive, ad accentuare l'iato o a scindere i dittonghi.... come animassero il discorso e dessero alle parole vita, voce, espressione, colore, suono, armonia.... Cos, chi abbia da ripeterle sulla scena, non pu dirle che in una sola maniera; in quella suggerita dal loro significato grammaticale, indicata dalla loro situazione sintattica, precisata dal loro valore di espressione logica e psichica.
Tali accenti, nella poesia drammatica del Benelli, si trovano essere esattamente quelli ritmici del verso.
...
 questa una delle ragioni tecniche - e fisiologiche - per cui gli artisti che recitano i versi di Sem Benelli, li recitano quasi sempre bene - cio correttamente - e in un modo differentissimo da quello che usano (da loro o per suggerimento altrui) quando recitano versi d'altri: non hanno che da dirli a senso - non da declamarli, non da cantarli, non da scaraventarli in platea con tutta l'aria dei loro polmoni come se avessero da uscire da una cerbottana. E dicendoli a senso - semplicemente - cio recitando la frase senza preoccupazione affatto del ritmo, la loro armonia, la loro poesia intima, il loro contenuto di musica viene fuori, naturalmente, senza sforzo e irresistibilmente.
Sarebbe impossibile "non far sentire" il verso o farlo sentire differente da quello che , o pi o meno di quanto deve e pu essere sentito - a meno di non scandirlo, come si fa a scuola, rinunziando completamente a seguire il senso del discorso; ci che, al teatro, grazie al cielo, non si pu fare.
Eppure si fa, e si  fatto un tempo assai pi d'ora, perch i poeti drammatici pensano di solito, prima a fare i versi e poi a dire quel che hanno da dire. Ecco perch seguirli e intenderli, non sempre agevole cosa e spesso faticosa fu ed  talvolta ancora. La preoccupazione del verso  scomparsa dalla recitazione dei drammi del Benelli, almeno dall'animo del poeta.
E questo spiega nelle sue cause immediate, il fascino di naturalezza insinuante e carezzosa della parte parlata del teatro del Benelli.
Altre cause, di diversa natura artistica, e pi profonde e pi complesse concorrono all'effetto totale: l'orditura del dramma, la buona sceneggiatura, la sapiente alternativa degli effetti pi disparati e dei toni pi differenti, l'elegante disinvoltura dei trapassi dal comico al tragico, dal drammatico al faceto, dal sentimentale al burlesco - ma la innovazione consiste in ci che tutto questo non  pi sotto la disciplina del verso, ma sotto la legge del senso e della chiarezza.
Sem Benelli, nato a Prato, e fiorentino per educazione letteraria e artistica, ha riflesso, nella sua tecnica di poeta, i caratteri genuini ed eterni dello spirito toscano; l'idea di riformare la poesia drammatica, secondo un concetto di chiarezza e di utilit, di senso comune e di armonia, non poteva venire in testa che a un toscano.
Egli vuole, al teatro, il verso parlato: cio non detto, a chiacchiera, ma fatto, a senso. Perci ha escogitato l'espediente metrico - che ho cercato d'illustrare. Io non so se sia nuovo; certo  che  moderno, cio rispondente alle esigenze di poesia dell'anima moderna - stanca delle martellanti poesie fatte di filastrocche di bei versi, come degli sfibranti acrobatismi polmonari richiesti dai metri barbari.
L'anima moderna ne ha assai.... dei bei versi: e preferisce, credo, della bella poesia, di pensiero, cio di vita.
...
Si ingannerebbe pertanto moltissimo chi credesse poter desumere dalla maggior facilit di essere detto o inteso acquisita al verso, una corrispondente maggior facilit di composizione: e per convincersene non ha che da provarsi.... a chiacchierare con un amico in endecasillabi (che  gi un esercizio piuttosto faticoso) e per di pi senza torcere mai la costruzione della frase, come un Giannetto o un Neri del felicissimo secolo ventesimo! Pure, l'innovazione in termini grossolani, potrebbe indicarsi anche cos: consiste nel discorrere in versi: s'intende, non nel discorrere "facendo dei versi", e neppure nel "far dei versi" discorrendo, ma nel parlare in modo che ci sia in versi.
E questo, al teatro,  di una importanza incalcolabile; forse , semplicemente, la creazione di una forma poetica esclusivamente o propriamente drammatica che la letteratura italiana, che pure  di una ricchezza favolosa di mezzi metrici, non aveva ancora.
Sem Benelli ha fatto all'incirca - e con miglior probabilit di successo, data la superiorit della ritmica italiana - con l'endecasillabo teatrale nostro quello che Edmondo Rostand ha fatto per l'alessandrino drammatico francese.
E, non fossi riuscito a spiegarmi, se della differenza fra il modo del Benelli e quello di altri poeti sommi, vorreste un esempio, vi consiglierei di leggervi ad alta voce due brevi racconti.
Avverto, che non per inconcludente confronto di meriti, ma per utile raffronto di metodi, scelgo il passo pi narrativo del Benelli e quello pi scioltamente drammatico del D'Annunzio: la parlata di Lucio Polo nell'ultimo atto della Nave e il racconto di Landino nel terzo della Maschera di Bruto.
E se la differenza non la sentite ancora... giuro che non  colpa mia!
MARIO FERRIGNI.
...
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...
FINE.